Garante per la protezione
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Comunicato Stampa

INTERNET E IL NODO IRRISOLTO DEL PROCESSO MEDIATICO

Interventodi Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali

("IlMessaggero", 4 ottore 2014)

 

Avvisidi garanzia "anticipati" dai giornali; pagine intere diintercettazioni pubblicate sulla stampa; interrogatori di indagati, a volteaddirittura in stato di detenzione, divulgati in rete senza filtri; immagini diimputati in manette trasmesse in tv. I processi oggi sembrano celebrarsi piùche nelle aule giudiziarie sui giornali e soprattutto in rete, con effetti suiquali, forse, vale la pena riflettere. E' una conquista della modernità l'averreso pubblico (e quindi non arbitrario) il processo. Ma la non segretezzadel giudizio, valore essenziale della democrazia, non  vuol dire gogna mediatica:è ineludibile garanzia di legalità nel "giusto processo" e non latrasposizione integrale in rete di ogni singolo dettaglio di vita privata chesia presente negli atti giudiziari.

 

I rischidel processo mediatico sono infatti tutt'altro che irrilevanti: per i singoli eper la società tutta. Il voyeurismo, in primo luogo, alimentato da quelgiornalismo "di trascrizione" che sfrutta strumenti d'indaginepreziosissimi, quali le intercettazioni, ma estremamente pervasivi, persoddisfare la curiosità morbosa  del pubblico spesso ben oltre le esigenzeinformative rispetto a fatti, essi sì, di interesse pubblico.

 

Riversandoin rete, senza alcuna selezione, atti investigativi nella loro integralità simettono così a nudo l'indagato e i terzi, a qualsiasi titolo coinvolti nel processo,rivelando aspetti spesso privatissimi e intimi della loro vita, condanni avolte irreparabili nella vita familiare e di relazione (si pensi alla scopertadi una paternità naturale diversa da quella dichiarata). Gran parte di questenotizie resta, poi, in rete tendenzialmente per sempre, accessibile con icomuni motori di ricerca anche solo  digitando un nome. Il rischio, qui, èla "damnatio memoriae": la condanna, cioè, a vedere la propria interaesistenza ridotta a un dettaglio, spesso deformato e deformante.

 

Quelladella "biografia ferita" è, infatti, una sottovalutata implicazionedella cronaca giudiziaria online: che porta l'indagato poi prosciolto ad esserericordato per sempre "etichettato" come colpevole (magari anche diun reato infamante) per la diversa risonanza che hanno le assoluzioni rispettoalle imputazioni. «Only bad news are good  news»: è vero anche qui. Unarresto fa molta più notizia di un'assoluzione, per quell'esigenza figlia di uncerto giustizialismo di dare un nome e un  volto al "nemico pubblico'',ancor prima che il quadro probatorio si sia cristallizzato, quasi per placareun'ansia collettiva.

 

Glieffetti sono duplici e importanti: per l'indagato e per la stessa giustizia(amministrata e rappresentata). L'indagato poi prosciolto subirà, infatti, uno stigma perenne dal vedere accostato al suo nome un'imputazione rivelatasiinfondata, in violazione anche della presunzione d'innocenza. Di qui il dirittosancito dal Garante oltre che dalla giurisprudenza ad ottenere, quantomenodagli archivi online dei giornali, un link agli sviluppi successivi dellanotizia, così da garantire un'informazione aggiornata e completa e, insieme, adignità dell'interessato. Ma anche il condannato, a distanza  di moltotempo dal fatto e in assenza di ragioni che rinnovino l'interesse pubblicodella notizia, ha diritto "all'oblio": a non vedere, cioè, lacomplessità di una vita ridotta a quell'unica "colpa". Di qui lapossibilità di minimizzare lo stigma perenne della rete, richiedendo aglistessi motori di ricerca la deindicizzazione  di queste  notizie, purpresenti nei siti sorgente, così coniugando memoria collettiva e storiaindividuale; giudizio pubblico e diritto al reinserimento sociale.

 

Tutti questi "rimedi"non possono però sostituire l'esercizio responsabile del diritto di cronaca,che nel caso della giudiziaria tocca quanto di più prezioso abbiamo, comesingoli la reputazione e la dignità e come collettività l'esercizioimparziale della funzione giurisdizionale. Le fughe di notizie, i dettaglidella indagini pubblicati sui giornali in un clima spesso fortementecolpevolista rischiano, infatti, di privare anche il  giudice di quella"neutralità cognitiva" che è il presupposto della sua terzietà. Lagiustizia deve prescindere tanto dalla  ricerca  delconsenso, quanto dall'ideologia della trasparenza, ricordava anni fa ilgiurista Antoine Garapon. Soprattutto da quelle che si pretenderebbe direalizzare delocalizzando sul web la scena giudiziaria, assecondando logiche diaudience piuttosto che di legalità, che finiscono per degradare lagiustizia, per di più violando la dignità delle persone.