Garante per la protezione
    dei dati personali

Comunicato Stampa

PRIVACY E DIRITTO ALL'OBLIO, LA COSTITUZIONE DIINTERNET COSĖ NON VA

Interventodi Antonello Soro, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali

("L'HuffingtonPost", 16 ottobre 2014)

 

 

"Unarisorsa globale e che risponde al criterio della universalità (...); strumentoessenziale per promuovere la partecipazione individuale e collettiva aiprocessi democratici e l'eguaglianza sostanziale". Sono alcune delledefinizioni della rete, contenute nel Preambolo della "Dichiarazione deidiritti in Internet", elaborata dalla Commissione per i diritti e i doveriin internet costituita presso la Camera dei deputati. Si tratta diun'iniziativa importante, soprattutto perché contribuisce a promuovere laconsapevolezza dei diritti nello spazio digitale. Che è sempre di più il nostro'reale' spazio di vita: l'orizzonte concretissimo cui affidiamo la nostraesistenza, privata e pubblica. Per questo - ed è davvero la 'cifra' dell'azionedell'Autorità Garante - proteggere i nostri dati personali (cioè le parti dinoi che consegniamo alla rete) vuol dire proteggere la nostra libertà e lanostra stessa vita da quei rischi di sorveglianza e selezione socialerichiamati dal documento, conseguenti a un uso distorto del Web.

 

Accantoalla straordinaria capacità di promuovere processi inclusivi, di partecipazionedemocratica e pluralistica, infatti, il web ha anche dimostrato - conl'ambivalenza propria di ogni tecnologia - di poter amplificare, con effettidirompenti, atti discriminatori, violenti, vessatori, spesso nei confronti deisoggetti più fragili o di quanti siano percepiti (e rappresentati) comediversi. Ma la profilazione e il monitoraggio delle scelte individuali(espresse dal comportamento on-line), consentono più sottili strategie diesclusione, che rischiano di riprodurre quelle zone 'ad accesso limitato' dicui parla Bauman. Questi rischi di discriminazione e omologazione possonoessere prevenuti soltanto con un consapevole esercizio, da parte di ciascuno,dei propri diritti in rete e con un impegno delle istituzioni tutte, nellaconsapevolezza che fenomeni globali- quali quelli propri dello spazio virtuale- esigono risposte altrettanto globali.

 

Inquesto senso, la prospettiva da cui muove la Dichiarazione - ovvero lapromozione di quei principi nelle sedi internazionali- merita apprezzamento,pur nella consapevolezza dei limiti che incontra l'affermazione di una stessaregola in ordinamenti (e quindi in contesti sociali, politici, istituzionali)profondamente diversi tra loro. Ad esempio, l'equilibrio tra anonimato in retee tutela di chiunque sia leso da comportamenti illeciti tenuti on-line, èrealizzato prevedendo la reversibilità dell'anonimato (e quindi la possibilitàdi identificazione dell'agente) in base a provvedimento giudiziale, nei casiprevisti dalla legge. Questo bilanciamento - soddisfacente, come affermatodalla stessa Cedu, in un ordinamento democratico - e affidato alle tipichegaranzie liberali della riserva di legge e di giurisdizione, rischia tuttaviadi rivelarsi inadeguato in contesti appena meno liberali del nostro. In unordinamento in cui il potere legislativo non sia espressione della volontàpopolare e in cui l'ordine giudiziario sia privo di reale autonomia eindipendenza, infatti, non è difficile immaginare come le deroghe all'anonimatopossano essere utilizzate dal regime per reprimere il dissenso e le minoranze.

 

Peraltro verso, suscita più di una perplessità la formulazione in tema di dirittoall'oblio contenuta nella Dichiarazione. Perché nel tentativo di adeguare ildiritto a una realtà segnata da incessante e rapida evoluzione tecnologica, nonbisogna sottovalutare le implicazioni di sistema che ha ogni nuovo istitutogiuridico. Il documento prevede la legittimazione di chiunque a conoscere icasi nei quali altri abbiano ottenuto la deindicizzazione di propri datipersonali (ovvero la sottrazione alla reperibilità, con i motori di ricerca, dinotizie a partire dal solo nominativo dell'interessato, pur conservandole,nella loro integralità, nel sito-sorgente). Si dovrebbe quindi, evidentemente,pubblicare (sempre in rete?) un elenco dei soggetti che abbiano esercitatoquesta prerogativa. In tal modo un diritto, quale quello all'oblio -affermatosi come garanzia di una 'biografia non ferita' dallo stigma dellamemoria eterna della rete - rischierebbe, con un'eterogenesi dei fini, dirivolgersi nel suo opposto. E questo non mi pare condivisibile, dovendosiinvece preservare la natura autentica del diritto all'oblio, che già di per séconsente di coniugare memoria collettiva e storia individuale; giudiziopubblico e identità personale. 

 

Dobbiamo,infatti, garantire sempre che la tecnica sia alleata, invece che nemica, deidiritti. E che la rete, sfuggendo alle opposte tentazioni della censura edell'anomia, promuova le libertà e i diritti di ciascuno.