Quando i filtri anti-spam violano la privacy

Secondo quanto riportano le indagini effettuate da società di sicurezza e di rilevazione tra cui Sybari, la posta spazzatura è in costante aumento al punto tale che ormai quattro messaggi su cinque sono e-mail non richieste.

Per difendersi da questa invasione che costa tempo e denaro, molti utenti di Internet, ma ben più spesso i service provider, adottano dei programmi anti-spamming, di cui i filtri anti-email costituiscono un innovativo esempio, oppure adottano il sistema delle black-list, ovvero creano elenchi di nomi a dominio o di indirizzi Ip da cui solitamente proviene spamming e fanno in modo che i messaggi in entrata da quegli indirizzi non giungano nella posta del destinatario. Sebbene questi filtri abbiano la funzione di proteggere l'utente dalla possibilità di ricevere, insieme alla posta, anche virus o altro materiale non desiderato, talvolta il loro uso può essere distorto e porre seri dubbi di liceità.

E' quanto accaduto recentemente in Germania in merito ai filtri che l'Università di Baden Württemberg aveva posto sul proprio sistema informatico per impedire che potessero giungere all'interno dell'Università le e-mail provenienti da un ex professore. A seguito della denuncia di quest'ultimo, che non riusciva a comunicare tramite e-mail con amici e conoscenti rimasti all'interno dell'Università per la presenza di filtri che all'insaputa dei diretti interessati, bloccavano i suoi messaggi di posta elettronica, il Tribunale regionale di Karlsruhe ha emesso una sentenza con la quale ha ordinato la rimozione dei filtri ritenendo che un tale atteggiamento costituisca violazione della privacy. Nella sentenza si è però precisato che una tale soluzione non sarebbe stata applicabile a situazioni diverse, quali quelle in cui gli amministratori di sistema sono costretti, per tutelarsi da virus informatici e spamming, ad adottare dei filtri nei confronti dei messaggi di posta elettronica in entrata e conseguentemente ha affermato l'irresponsabilità di tutti coloro che utilizzano tali filtri in situazioni di emergenza, come nei casi di aggressione da parte di virus informatici.

L'installazione di filtri, al di là di interferenze con la privacy, presenta problemi diversi e ben più gravi dal punto di vista della legittimità costituzionale. Il Tar del Lazio, in ossequio a un consolidato indirizzo, nella sentenza 9425/01 ha affermato che la corrispondenza trasmessa per via informatica e telematica deve essere pacificamente equiparata alla corrispondenza cartacea per cui dubbi sorgono circa la compatibilità tra l'art. 15 della Costituzione, ai sensi del quale "la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge" e l'adozione delle black-list. Se è l'utente di Internet a installare un filtro alla sua posta in arrivo così che tutti i messaggi provenienti da determinati utenti vengano fermati e distrutti, il problema non si pone, ma nel caso in cui un terzo attivi tale filtro antispamming all'insaputa dei propri clienti si potrebbe configurare una responsabilità penale dell'Isp ai sensi dell'art. 616 c.p. per "violazione, soppressione e distruzione di corrispondenza" punito con la reclusione fino a un anno. La sentenza tedesca, che non manca di fare discutere, non arriva a tanto ma rappresenta comunque un'affermazione importante di libertà per gli utenti della Rete. Sebbene sia spesso necessario filtrare la posta, gli strumenti tecnici per farlo dovrebbero essere calibrati in modo da consentire al destinatario di potere leggere anche quei messaggi che il filtro considera a rischio e l'utente dovrebbe essere consapevole del fatto che determinati messaggi non gli giungeranno mai. Tra i tanti messaggi ritenuti pericolosi i filtri possono spesso bloccare anche messaggi che il destinatario vuole ricevere solo perché il sistema non li ritiene sicuri. Se Internet si svilupperò in questa ragnatela di filtri la posta elettronica rischierà di diventare un mezzo di comunicazione a rischio, non solo di virus, ma anche di consegna.

(Ndr: ripreso dall'inserto @lfa de Il Sole 24-Ore del 27 gennaio 2005)