Dal Novecento al Duemila

di
Rosella Bennati

Comincio oggi a scrivere su questa rubrica che dedico a voi, lettori sopra gli "anta", a voi che come me vi trovate a vivere a cavallo tra due secoli e due millenni. È vero che tutte le generazioni amano pensare di essere capitate in una "fase di transizione", ma la nostra stata davvero "sballottata" dalla storia, con incredibili trasformazioni di costume, di ideali, di tecnologie. Stavamo meglio prima? Non lo so. Sicuramente era più bello avere 20 anni...

IERI
Sul telefono la minaccia del duplex

"Il telefonoooo!!!". Tutti i componenti della famiglia si affrettavano a urlare così, non appena la casa echeggiava dell'inconfondibile trillo. Urlavano così perché volevano assicurarsi che qualcuno rispondesse, ma nessuno - chissà perché - voleva alzarsi e percorrere il lungo corridoio fino all'apparecchio - che allora era appeso ad una parete.

Il telefono aveva davvero una sua solennità, grosso, nero e corposo, con la cornetta di una consistenza vagamente untuosa, i numeri scritti grossi nei buchi della rotella in cui si infilava il dito facendoli girare con suono metallico, il filo rigido e spesso, quasi un cavo, e il trillo forte ed imperioso.

Lo amavamo e lo odiavamo, quell'attrezzo che dovevamo condividere tutti, genitori, figli, sorelle, fratelli e cameriera con qualche litigio e con qualche minaccia dei genitori quando i figli si attardavano troppo, e fastidiose querelles con i vicini di casa per l'uso dell'apparecchio. E già, perché non dovevamo solo spartirci il telefono in famiglia, vigeva allora l'austera ed economica abitudine del "duplex", spartano sistema di condivisione della linea, per cui quando dovevi fare una telefonata trovavi l'apparecchio isolato perché lo stavano usando "quelli del piano di sotto". Scattava allora l'operazione sollecito: la cameriera veniva spedita dai vicini con aria affranta per avvertire che occorreva la linea per una questione urgentissima. Qualche volta funzionava, qualche volta no: i vicini del resto facevano la stessa cosa, ed ambedue le famiglie erano convinte che i loro partner di duplex fossero dei maniaci della cornetta.

Il momento di gloria del telefono era l'interurbana. Prima si parlava con il centralino, e poi, dopo una lunga attesa, arrivava la linea. A quel punto diventavamo tutti isterici forse perché I'interurbana rappresentava il momento del miracolo: parlare da Roma ad un parente che si trovava magari a Palermo, a Milano o addirittura a Parigi aveva ancora in sé qualcosa di magico, e molti non riuscivano a fare a meno di parlare a voce altissima, con l'istintiva impressione di facilitare il miracolo di quella voce che, poverina, doveva scavalcare mari e montagne per arrivare all'altra cornetta.

Durante la conversazione, inesorabile si inseriva nel nostro miracolo la voce della centralinista, con una domanda a bruciapelo: "Raddoppia?".

Il dilemma era forte: in epoca postbellica, con una economia ancora debole, raddoppiare una interurbana aveva un costo non indifferente. D'altronde, ci dispiaceva troncare così la conversazione: si finiva col raddoppiare, non più di una volta però, anche se quella voce implacabile dopo tre minuti ci riprovava.

Ma chi c'era dietro quella voce? C'erano le famose telefoniste, protagoniste dell'immaginario cinematografico delI'epoca, sedute con la cuffia alle orecchie e strani cavi in mano davanti a macchinari dall'aspetto prototecnologico, con indosso grembiuli di satin nero. Vi ricordate i film di De Sica? Loro erano proprio così, o quasi. Me ne ricordo alcune, in un posto telefonico di un paesino umbro, che si affannavano al telefono con le loro colleghe chiamandole con il nome delle rispettive città. Si sentivano cosi, in un immaginario e festoso party geografico, richiami del genere:

"Perugia, te l'ho detto che devi aspettare.!".

"Terni? Sei ancora lì?".

"Assisi, sei sempre la solita! Passami subito San Gimignano!!!".

OGGI
Le esaltanti marcette dei cellulari

"Roma, Roma miaaa, core de sta cittàààà". Le parole non ci sono, ma la musica è quella, inconfondibile. L'inno alla Roma del calcio viene dal telefonino del ragazzo, guardato malissimo dai suoi vicini di autobus che devono essere laziali.

Il ragazzo comincia a parlare a voce alta con la sua amata, mentre i due laziali lo guardano con aria di malcelato disprezzo. La scena è interrotta dalla Cavalcata delle valchirie, proveniente dal telefonino di uno dei due giovani sdegnati, che comincia subito una conversazione in vernacolo con un suo amico. E cosI via. Dalla borsetta appartenente alla signora del sedile davanti esplode un poderoso Inno alla gioia, mentre la studentessa che le siede accanto cerca nel suo zainetto il cellulare che ha attaccato il refrain di Yellow submarine.

Tutto l'autobus vibra del suono di marcette e inni vari, seguiti da amabili conversazioni a voce alta. Non ci si annoia, questo è certo, e per i ficcanaso è una pacchia: possono captare scene di gelosia, addii dopo amori impossibili, colpi di scena, di tutto insomma.

A casa, è diverso. Là c'è più privacy. Tutti i componenti della famiglia sono autonomi, sono lontani i tempi del telefono nero appeso in fondo al corridoio, o addirittura del duplex.

Questa abbondanza di collegamenti comporta indubbiamente una maggiore armonia familiare, evita file e conflitti, e sviluppa la socializzazione. Con gli amici, beninteso, non con i familiari, visto che durante il pasto, già minacciato dall'invadenza del televisore, i cellulari la fanno da padroni. Ogni componente della famiglia ne ha uno appoggiato accanto al piatto. E al primo cenno di marcetta acciuffa il portatile e si alza da tavola, poco propenso a condividere con i familiari la sua vita sociale.

Alle amene musichette si alternano ogni tanto dei suoni stellari, tipo incontri ravvicinati del terzo tipo. Sono i messaggi. Anzi, i messaggini, o peggio sms, nome criptico che scoraggia subito gli over 50, poco propensi alle diavoIerie tecnologiche. I giovani invece li adorano e non resistono alla tentazione di rispondere subito, stavolta senza alzarsi da tavola, tanto la privacy è salva. Tic, tic, tic. La conversazione familiare, già carente, si spegne definitivamente sotto il martellare dei tasti.

E il telefono di casa? C'è ancora, beninteso, anche se non ha più la solenne importanza di un tempo; adesso è un cordless, come dire un senzafilo, altro che quel grosso cavo nero dei telefoni d'altri tempi.

Non so perché, ma da quando è senza filo il telefono ha perso il potere, non è più il punto di riferimento di un tempo, spesso non lo riconosciamo nemmeno perché assomiglia al cellulare, e si confonde anche con il telecomando. Povero cordless, sarà perché è avvilito ma non è mai al suo posto; si va a nascondere in qualunque angolo della casa. Ma non c'è problema: quando non si trova, basta azionare il cerca-telefono, con cui spingendo un tasto il fuggiasco viene immediatamente rintracciato perché costretto ad emanare un bip bip che lo stana subito.

Ma quand'è che inventeranno qualcosa di simile per gll occhiali?

(Ndr: Ripreso dalla rivista mensile "50&Più" della Confcommercio di gennaio 2004)