Verso un approccio a metà tra deregulation e protezione assoluta
Il convegno su Internet che si chiude oggi a Romaha avuto il merito di porre nuovamente sul tappeto un tema che nell'agendapolitica italiana è trattato a intermittenza: le opportunità,i diritti e le responsabilità nelle reti. Lo scenario internazionaleè ormai definito. La tendenza alla globalizzazione rendevano orientare lo sviluppo della telematica basandosi sui solicontesti nazionali. L'universalità e l'interoperabilitàdei servizi e delle infrastrutture rende inefficace ogni approcciosettoriale che ometta una visione d'insieme delle relazioni trala privacy, la sicurezza, la proprietà intellettuale, ilcommercio elettronico, le tecnologie "pulite", l'integrazionecomputer-tv e la fiscalità. La globalizzazione èuna realtà chiara agli esperti, ma non altrettanto centralenelle strategie politiche, tanto vi è il rischio che l'internazionalitàdelle scelte divenga un alibi per inerzie e superficialità. Il quesito «quali regole per le reti?»torna, quindi, d'attualità e trova, per fortuna, risposteequilibrate. Sono state infatti accantonate le prime teorie cheipotizzavano una regolamentazione a tappeto oppure una deregulationintegrale. Si fa invece strada una "terza via" cheevita di inseguire le nuove tecnologie con norme minuziose, mache non rinuncia a garantire anche nelle reti i diritti fondamentali:una miscela attenta tra un quadro giuridico di fondo e tecnologie"pulite" in grado di ridurre i rischi per gli utentisullo stesso piano tecnologico, e che valorizza codici deontologicie modelli internazionali di contratto. Le reti sono piùsviluppate oltreoceano ma è l'Europa la capofila di questatendenza, che pone gli Usa di fronte alla necessità difare i conti con un quadro armonizzato, specie nei settori dellaprivacy, del diritto d'autore e delle firme digitali. L'idea diuna convenzione mondiale è tramontata sul nascere, ma laCommissione europea ha ipotizzato una Carta internazionale, daelaborare con la partecipazione di privati e di gruppi sociali.L'atto non sarebbe vincolante in termini giuridici, ma dovrebbecontenere un "nucleo duro" di princìpi per coordinarel'approccio dei singoli Paesi. Si preannuncia un'importante Conferenzanel 1999. Oltre oceano, però, vi è freddezza, ela complessa materia potrebbe finire per essere regolata da pocheclausole di principio inserite nei negoziati Wto. Riusciranno questi sforzi a vincere la riluttanzadi chi confida che le reti possano essere governate dalle solelogiche di mercato, e che punta solo sugli standard che i privatipossono darsi per favorire il commercio elettronico? Il mercatopuò e deve svolgere un ruolo importante ma non puòrisolvere, da solo, i diversi nodi dei diritti di cittadinanzaelettronica. C'è bisogno di una politica di alfabetizzazione,per garantire a tutti il diritto di accedere alle informazioniin rete e il diritto di offrire servizi in una posizione paritaria(il che esige, ad esempio, che i piccoli e medi fornitori non sianogravati di pesi economici rilevanti, nascosti dietro le pieghedi procedure autorizzatorie): su questi terreni emerge una nuovanozione di pari opportunità, che va oltre le accezionicomuni delle disparità basate sul sesso o sul lavoro. È però impensabile uno sviluppo dellereti senza un'elevata fiducia del cittadino nel rispetto dellapropria personalità. Il cittadino elettronico ha il dirittodi conoscere senza ambiguità gli effetti delle sue navigazioniin rete e di essere più sicuro che i movimenti corrispondanoalla propria volontà e non siano oggetto di "attenzioni".Viene in gioco non solo il semplice diritto a conoscere le informazioniche ci riguardano (garantito già dalle norme sulla privacy),ma il diritto a essere realmente consapevoli delle conseguenzeche le tracce informatiche hanno sull'identità della persona,anzi sulle diverse immagini sociali che si frammentano nelle reti.E la consultazione magari accidentale di un sito "particolare"non può macchiare il cittadino di un sospetto difficilmenteeliminabile, specie se utilizzato "a fin di bene", adesempio per la lotta alla pedofilia. L'Europa si è orientata a garantire il dirittoall'anonimato in rete e all'uso degli pseudonimi, opportunamentebilanciato con altre esigenze. Ma altre libertà rivendicanotutela, come il diritto a godere di fasce temporali di "irreperibilità";il "diritto di informarsi" senza incorrere in vincolitroppo rigidi che la proprietà intellettuale potrebbe apporreai contenuti in circolazione; il diritto a selezionare la postaelettronica in arrivo (sancito in Italia da un decreto in fasedi pubblicazione); il diritto alla riduzione dei monitoraggi deltraffico telematico (anche per uscire dalla logica secondo cuiè opportuno conservare a lungo tutto ciò che undomani potrebbe essere utile a fini di prova). È probabileche tutto ciò riceva un'effettiva tutela, ma non saràsemplice. Occorre chiarire le responsabilità di chi offreaccessi, contenuti o servizi. I princìpi tradizionali ditutela della privacy dovranno essere sviluppati. La prima esigenza,però, è che i processi decisionali si svolgano sullosfondo di un dibattito pubblico, che renda consapevoli dell'importanzadelle scelte e prevenga i compromessi che spesso derivano dallelogiche degli apparati. (N.d.r: articolo ripreso da Il Sole 24 Ore di Sabato 9 Maggio 1998) |