"Privacy amica della tecnologia"
Parla il Garante Pizzetti - Il settore pubblico deve recuperare terreno

di Antonello Cherchi

Completare il processo di attuazione del Codice, imponendo alla pubblica amministrazione di colmare i gravi ritardi, rafforzare il sistema delle verifiche, mantenere alto il livello di tutela ma allo stesso tempo cercare di semplificare gli adempimenti, far passare il messaggio che tecnologia e riservatezza non sono contrapposte. Sono i principali obiettivi di Francesco Pizzetti, alla guida del Garante della privacy da poco più di un mese.

Presidente, i ritardi della pubblica amministrazione sono intenzionali oppure esistono degli ostacoli oggettivi?

Sono diversi gli elementi che hanno determinato questa situazione, tra i quali le numerose proroghe concesse agli uffici pubblici. Esiste, inoltre, una resistenza alla cultura della privacy. E questo per vari motivi. Per un fattore congiunturale: in questi anni la pubblica amministrazione è stata sottoposta a un grande sforzo di trasformazione, fino alla riforma federalista. C'è poi l'idea che ciò che è pubblico prevalga sul privato. Idea sbagliatissima.

Gli uffici pubblici hanno utilizzato la privacy come alibi per non fare?

In generale direi di no. Certo, in alcune situazioni la riservatezza può anche essere stata utilizzata come scudo per le inefficienze. E' noto che nel settore pubblico e in quello privato spesso si accusa la privacy di disturbare il manovratore. Ovviamente, ciò non corrisponde al vero. Il nostro sforzo principale sarà di far capire che la tutela dei dati aiuta l'innovazione e la modernizzazione del Paese. Anzi, ne è il migliore sostegno. Un cittadino guarda con maggiore disponibilità alle tecnologie quando sa che la propria riservatezza è sempre garantita.

I ritardi degli uffici pubblici daranno luogo a ispezioni o anche il Garante, così come il legislatore, avrà un occhio di riguardo?

Non c'è ragione per continuare a tollerare i ritardi della pubblica amministrazione. C'è il preciso impegno di rafforzare l'apparato informatico per effettuare verifiche preventive e per l'attività ispettiva. Non abbiamo grandi risorse, perché la Finanziaria ce le ha continuamente ridotte e ora ci troviamo in grandi difficoltà economiche, ma tra gli impegni di spesa avrà priorità assoluta l'attività di ispezione.

Insomma, tolleranza zero verso la pubblica amministrazione?

Il concetto di tolleranza zero richiama un atteggiamento che non fa parte del nostro ruolo e non è nel nostro costume. Diciamo che non c'è la nostra disponibilità - pur non dimenticando che il Parlamento è sovrano - ad assistere a ulteriori ritardi degli uffici pubblici. Bisogna obbligare la pubblica amministrazione e dare attuazione al Codice. Altrimenti rischiamo anche la violazione comunitaria.

Dal '97 a oggi 69 provvedimenti sono stati emanati senza il parere del Garante, nonostante fosse previsto. Il legislatore si dimentica spesso di voi. Come mai?

Perché gli uffici legislativi dei ministeri tendono a ignorare il problema della privacy. Eppure, gli atti adottati senza il parere del Garante sono viziati da illegittimità.

Viene da pensare che le amministrazioni, soprattutto centrali, vivano il Garante con un po' di fastidio.

C'è molta confusione sotto il cielo. Esiste una resistenza generale derivante dall'idea che la privacy sia un affare dei privati e che la pubblica amministrazione, soprattutto quella centrale che esercita il potere regolamentare, non sia immediatamente coinvolta.

La cultura della privacy si è fatta strada grazie anche alla moltiplicazione delle regole. Non sono troppe?

In questi anni, poiché l'esigenza era quella di radicare la riservatezza, si è operato essenzialmente attraverso la moltiplicazione delle regole e degli aspetti procedurali. Ora ci si potrebbe dare un altro traguardo: alzare il livello di tutela degli aspetti essenziali e snellire le altre procedure.

I tempi sono maturi?

Sì. Dobbiamo, però, semplificare senza far venir meno la soglia di garanzia. Già il Codice si è mosso su questa via.

La privacy può "coprire" azioni poco lecite? Per esempio, oscurare il nome di un debitore o di un potenziale terrorista?

Il rischio può esserci, ma non per questo dobbiamo rinunciare alla privacy. La tutela della riservatezza va certo messa in asse con i problemi della sicurezza.

Più sicurezza e meno privacy?

È una sciocchezza. Tra privacy e sicurezza non c'è contrapposizione. Fondamentale è stabilire le garanzie sul trattamento dei dati. Tenendo bene a mente che ciò che non è negoziabile è la dignità della persona.

Tra poco avremo nuovi elenchi telefonici in cui ciascuno potrà chiedere di non venire disturbato per motivi commerciali...

Ognuno di noi credo sia rimasto irritato da chiamate in ore poco opportune. Le compagnie telefoniche ci hanno poi messo del loro perché spesso hanno utilizzato il telefono per magnificare i servizi agli utenti, concorrendo a rendere intollerante il fenomeno. I cittadini chiedevano, dunque, di cambiare sistema.

Restano i problemi per gli operatori del direct marketing, che dovranno fare a meno dei nominativi di chi dice "no" alle promozioni telefoniche o a quelle postali.

Capisco il problema, ma ci sono molti modi per acquisire gli indirizzi dei cittadini. Il dover ricercare altre fonti è un onere che mi sento di chiedere a fronte di una maggiore tutela della privacy, della libertà di non essere disturbati.

Le liste elettorali, però, non sono più utilizzabili.

Il Codice ha già previsto alcune eccezioni, per esempio per le Onlus. Tuttavia, poiché dobbiamo cercare la massima sinergia con il mondo economico, siamo disponibili a verificare se il ricorso ad altre banche dati, che non siano gli elenchi telefonici, può comportare problemi di privacy.

(Ndr: ripreso da Il Sole 24-Ore del 6 giugno 2005)