Sicurezza e privacy le prove del fuoco

Per cogliere tutti i vantaggi logistici dei chip applicati sui prodotti l'industria deve garantire un'efficace tutela dei consumatori

di Paolo Conti

La metafora che meglio descrive l'arrivo delle etichette digitali - dette anche chip Rfid, oppure tag - non è un terremoto, ma un lento movimento tellurico che senza fretta si appresta a cambiare la topologia dell'informatica.

Che cosa sono gli Rfid. La chiave di questo fenomeno è la sigla Rfid, che significa Radio frequency identification, un protocollo di origine militare inventato molti anni fa che permette a una minuscola etichetta di silicio dotata di antenna di trasmettere nell'etere, a breve distanza, informazioni sull'oggetto che la ospita: il nome del prodotto, lo stabilimento in cui è stato realizzato, la data di arrivo nel magazzino e così via. La ricezione delle informazioni avviene in genere con un lettore portatile simile a quelli usati per gli attuali codici a barre. Le informazioni così raccolte vengono quindi gestite da software specializzati che si interfacciano a loro volta con i grandi magazzini aziendali di informazioni, come le piattaforme Erp (Enterprise resource planning) e i programmi di data mining. Presto proprio queste etichette potrebbero essere dovunque, dai prodotti in vendita nei negozi alle filiere di produzione dei comparti più diversi, dalle automobili ai corpi umani. Verranno usate per tracciare i prodotti alimentari, per ridurre le spese di magazzino, per migliorare le campagne di marketing e per incrementare la sicurezza di merci e persone.

Chi li produce. Tutti i grandi protagonisti del mercato informatico ci stanno investendo cifre da capogiro. Ibm e Hp hanno aperto centri di ricerca specializzati anche in Italia

Le software house fanno a gara per integrare questa tecnologia nei loro programmi gestionali per le imprese. Vodafone sta per lanciare in Giappone una gamma di cellulari in grado di ricevere informazioni dalle etichette digitali.

I tempi della diffusione. Gli analisti spiegano che ci vorrà ancora un decennio prima che le etichette entrino davvero negli oggetti di uso quotidiano. Ma alcuni settori, come le aziende manifatturiere e la grande distribuzione organizzata, sono già partiti. Secondo Deloitte, il 70% dei distributori europei con un fatturato superiore a 6,5 miliardi di euro sta investendo in questa tecnologia e vuole arrivare a usarla entro 18 mesi. Inoltre, dopo anni di sviluppo, il protocollo Rfid è ormai stabile e standardizzato in tutto il mondo, mentre i prezzi delle etichette sono in caduta libera (attorno ai 50 centesimi) e già appaiono sul mercato soluzioni chiavi in mano per le aziende che vogliono utilizzarle.

I rischi per la privacy. Ma l'opinione pubblica deve ancora capire i vantaggi (e i potenziali rischi) di questa tecnologia. Recentemente il Garante della Privacy ha emesso una direttiva che impone agli operatori alcune regole. Fra queste, l'obbligo di informare i consumatori sull'uso delle etichette e di richiedere il loro consenso, ma soprattutto il diritto per i cittadini di disattivarle nel caso lo ritengano opportuno. Direttive senz'altro corrette, che potrebbero però scontrarsi con l'inerzia di un processo di portata globale che potrebbe renderle assai difficili da applicare in concreto.

E poi c'è il problema della sicurezza. Un gruppo di ricercatori americani ha dimostrato poche settimane fa che le difese elettroniche dei chip Rfid possono essere facilmente aggirate da un pirata informatico. Ma è improbabile che un singolo campanello d'allarme abbia la forza di fermare un movimento tellurico di queste proporzioni.

(Ndr: ripreso dall'inserto @lfa de la Repubblica del 14 aprile 2005)