DOVE VA IL DENARO
Per una società senza contante dovremo aspettare 20 anni.
Le
BANCHE dovranno fondersi, diventare TRANSNAZIONALI, offrire nuovi servizi elettronici.
Crescerà il rischio di
TRUFFE, GRANDI CROLLI ed evasione fiscale.
Banche centrali e governi devono attuare un controllo plurinazionale di questo
MERCATO SELVAGGIO

Intervista a Paul Samuelson
di
Stefano Trincia

New York. "Mi spiace, ma il professore non usa la posta elettronica. Preferisce il telefono, il fax, o anche la posta tradizionale". Chiedere a Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia 1970, una delle grandi menti del pensiero economico mondiale del ventesimo secolo, decano della Facoltà di Economia del prestigioso Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, di fare una passeggiata nel futuro tecnologico per capire dove va il "Mondo Società per Azioni" non è impresa facile. Ottantaquattro anni appena compiuti, da poco inserito dal Wall Street Journal nel novero degli economisti più influenti del millennio insieme a colossi del calibro di Adam Smith, Karl Marx, John Maynard Keynes, Samuelson guarda con un misto di interesse e diffidenza all'esplosione della cyber economia e della finanza elettronica. Fenomeni inevitabili, dice, al termine di un secolo che ha conosciuto proprio con la proliferazione dei computer la sua rivoluzione più travolgente. Fenomeni da capire al più presto nelle loro implicazioni macroeconomiche; in ciò che comportano per gli equilibri socio-economici del pianeta; per i governi, le banche centrali e le banche. Ed infine per la gente comune. "Non mi sorprendono i cambiamenti - afferma il premio Nobel - mi preoccupa invece l'incapacità di governarli con intelligenza e la leggerezza con cui vengono spesso trattati".

Professore, cominciamo col discutere il presente e il futuro del principale motore dell'economia e del commercio: il denaro. Cosa succederà alla carta moneta nel prossimo secolo?

C'è una prima legge di cui tener conto nell'affrontare un tema del genere. E cioè che in economia nulla è eterno. Non c'è quindi da stupirsi se ancora una volta nella storia del denaro si è aperto un nuovo capitolo. Allo standard dell'oro e dell'argento che fecero grande l'antica Roma, Napoleone sostituì il regime cartaceo introducendo la carta moneta. Quindi abbiamo abbandonato la base aurea, le montagne di lingotti conservati a Fort Knox che facevano da contrappeso alla inconsistenza della carta moneta. Ed ancora proprio noi della cultura anglosassone abbiano introdotto ulteriori strumenti di "straniazione" del denaro: gli assegni bancari, i depositi, le monete in metallo vile. Queste ultime innovazioni hanno aumentato a dismisura la massa monetaria, tanto che il ventesimo secolo passerà alla storia come il secolo dell'inflazione.

Ed ora professore tocca al denaro elettronico, al cosiddetto cyber cash entrare in scena....

Si tratta ancora di esperimenti, interessanti di sicuro, ma non ancora tanto vasti da far prevedere un'ulteriore rivoluzione a breve scadenza. La verità è che ancora oggi le transazioni cartacee dominano il mercato. Solo negli Stati Uniti lo scorso anno sono stati emessi 66 miliardi di assegni, mentre il denaro liquido governa ancora i pagamenti al di sotto dei 20 dollari. C'è quindi molta strada da fare su questo fronte, anche se il cammino è già cominciato. A livello bancario, fra istituzioni e governi le transazioni elettroniche sono ormai una realtà incontrovertibile. C'è chi prevede una società senza contanti nel futuro, ma secondo me si tratta di trasformazioni lontane, almeno di venti anni. Quello che mi interessa è invece pensare ai mutamenti che tale processo provocherà a livello globale.

Nel senso che il solco che divide paesi ricchi da paesi poveri è destinato ad approfondirsi?

Proprio così. Il cittadino americano, europeo o giapponese viaggerà sempre di più a bordo della sua carta di credito, più o meno cibernetica ed intelligente. Sfrutterà il denaro elettronico, investirà in un mercato sempre più affollato di sportelli, non più solo quelli bancari tradizionali, ma anche quelli che si aprono ogni giorno su Internet. Ed intanto il Terzo e il Quarto Mondo rimarranno ancora di più tagliati fuori dal gioco, perché ancora attendono di poter maneggiare con certezza il vecchio strumento cartaceo. Il problema sarà sempre più quello dell'accesso alla tecnologia.

Una tecnologia che ha costretto le stesse banche ad adeguarsi per non perdere il passo con il boom delle finanziarie "virtuali"...

Non c'è dubbio che le banche tradizionali sono in una situazione di crisi culturale. Da un lato devono crescere, aggregarsi, fondersi in conglomerati meta-nazionali per rispondere alle sfide del mercato globale. D'altro canto sono chiamate a diversificare l'offerta di servizi per non perdere la sfida con il fenomeno del "denaro alternativo". Forme ed offerte di investimento virtuale che in Internet, e non solo lì, danno vita a nuove finanziarie spesso prive di controllo e di garanzie, ma certamente allettanti per il piccolo investitore. In passato abbiamo avuto due sole forme di scambio commerciale: il baratto e il denaro. Ora siamo entrati nel regno del denaro surrogato, con una serie di valute intermedie come quelle offerte dalla compagnie aeree per i viaggiatori più fedeli o i punti lealtà o il cyber cash: si tratta di innovazioni destinate a crescere di numero e di sofisticazione.

Quali problemi crea tutto ciò in prospettiva al piccolo investitore, al cittadino medio?

Due, di diverso tipo. Di sicuro amplia le opportunità di accesso al credito e all'investimento, surroga almeno nell'immediato la limitazione dei mezzi finanziari di un individuo. D'altro canto moltiplica i rischi di crollo, bancarotta, truffa, arricchimento improprio di speculatori. Perché in realtà siamo di fronte ad un nuovo mercato selvaggio, su cui i governi nazionali non sanno come intervenire.

Lei è un liberista convinto, non teme che la regolamentazione possa incatenare la crescita economica e le dinamiche di mercato?

No, sono convinto invece che il governo centrale debba esercitare il dovuto controllo e regolamentare ciò che rischia di dar luogo a gravi fenomeni speculativi. Solo così si riuscirà a trasformare in qualcosa di positivo i nuovi sistemi di investimento. Come nel caso dei Fondi comuni: nati negli anni '60 sono stati regolamentati ed ora rappresentano una validissima forma di investimento che può garantire ritorni soddisfacenti. Quello che sta succedendo ora invece è un rigonfiamento fuori misura della bolla speculativa che non potrà non portare a nuovi crash come quello che nel 1987 sconvolse Wall Street.

La Federal Reserve americana sembra però in grado di governare i processi in atto nella finanza...

Solo sulla carta. La Banca centrale deve adeguare i propri strumenti perché, nel caso del denaro elettronico ad esempio, c'è il rischio di vedersi sfuggire la situazione di mano, di non poter più misurare la massa monetaria in circolazione. C'è inoltre un pericolo per le entrate fiscali. Anche perché questa economia elettronica sommersa sfuggirebbe facilmente alla tassazione. Sul piano globale la mancanza di strumenti di controllo e di intervento plurinazionali rischia di far saltare le bilance dei pagamenti. Non è un caso che proprio di recente la Fed abbia imposto alle banche americane limiti severi per ciò che riguarda gli investimenti ad alto rischio speculativo, come i derivati e gli hedge funds. Ci vuole regolamentazione quindi, senza strangolare il mercato ma per aiutarlo a funzionare meglio. Perché la tecnologia è talmente potente ed esplosiva da risultare utile e proficua solo se tenuta sotto lo stretto controllo dell'uomo.

(Ndr: ripreso dalla rivista bimestrale "Bancaforte" marzo-aprile 1999)