I professionisti della conoscenza La rivoluzione informatica produce risultati esaltanti di apertura e libertà ma anche rischi e pericoli di Il mondo sta cambiando sotto la spinta della rivoluzione informatica, che ha profondamente modificato i sistemi di comunicazione e con essi le modalità stesse di apprendimento della conoscenza. E per gestire ogni cambiarnento profondo e radicale è necessario essere dotati di una forte dose di fiducia e di ottimismo. Mentre è ormai alle porte il nuovo millennio, caratterizzato dalla globalizzazione, torna attuate l'affermazione dello storico olandese Johan Huizinga quando, a Leida nel 1937, nel suo saggio su "la crisi della civiltà", scriveva "...io non chiamo ottimista l'uomo che prende alla leggera i pericoli gravi dicendo: tutto finirà bene, ma colui il quale ... tiene alta Ia speranza, anche quando nessuna via d'uscita sembra presentarsi. La speranza può solo essere fondata sull'improbabile. Quella che parte dall'osservazione esatta di fatti patenti non è speranza, ma calcolo. Gli individui e le nazioni, nello stato presente del mondo, abbisognano soprattutto di valore e di fiducia, che, insieme, vogliono dire ottinismo". Dobbiamo dunque affrontare con fiducia e ottimismo il cambiamento che sta verificandosi sia in coloro che gestiscono l'imprenditorialità sia nelle stesse strutture organizzative. I lavoratori si stanno trasformando in veri e propri "professionisti della conoscenza" e le aziende - nella tendenza in atto a globalizzare le proprie strutture e i propri mercati - assumono sempre più le connotazioni di "imprese reti". Reti di tecnologie, di individui" imprenditori di se stessi", di imprese subfornitrici. Tutto ciò accade proprio per consentire una migliore operatività in un mercato reso sempre più globale dalle interconnessioni presenti nelle comunicazioni che, grazie in particolare a Internet, avvolgono in una rete vasta e complessa tutti gli operatori interessati. Sembra davvero molto lontano il tempo in cui le organizzazioni produttive vivevano una forma simile al "castello", internalizzata in se stessa, organizzata rigidamente come il meccanismo di un orologio (per usare le efficaci immagini di Federico Butera). Allora, l'impresa produttiva si esprimeva in forme di organizzazione tayloristicofordiste e dunque si presentava come un'organizzazione fortemente gerarchizzata, basata sulla parcellizzazione spinta del lavoro. Il processo di delega era impostato secondo rigidi programmi che definivano anche le modalità dell'azione imprenditoriale delegata. L'impresa si configurava secondo schemi rigidi e fortemente intemalizzati nella produzione, che appariva totalmente impostata sulla logica del make, del fare il più possibile in casa tutta la componentistica necessaria per realizzare il prodotto finale. Era, anche, un'impresa collegata al territorio nel quale operava, un territorio che per l'impresa si presentava chiaramente delimitato, in particolare dai processi di distribuzione dei prodotti che essa era in grado di realizzare. Inoltre, in quell'impresa fortemente internalizzata, non si avvertiva una particolare necessità di formazione professionale, che pertanto si limitava al semplice apprendirnento del lavoro da compiere, peraltro molto semplificato dalla spinta parcellizzazione tipica dei programmi tayloristici. Questo modello ha continuato a essere applicato fin quando non è intervenuta, appunto, la rivoluzione informatica. L'impresa si è allora trasformata in una struttura "a rete", che agisce attraverso una rete di tecnologie hardware collegate ai computer o ai robot da essi derivati, resi flessibili dalla possibilità di mutare facilmente i programmi operativi mediante il semplice cambiamento dei loro software. Ma è anche un'impresa rete di individui motivati a operare, attraverso le tecnologie informatiche, su risultati da conseguire, mediante azioni imprenditoriali che gli stessi operatori devono. individuare per poi decidere sul da farsi. Un'impresa, perciò, resa flessibile o "snella" anche in quanto fortemente esternalizzata grazie al ricorso alla logica del buy, dell'acquistare tutte le componenti necessarie da un sistema di aziende che costituiscono il suo indotto. Un'impresa, quindi, divenuta anche rete di imprese che rappresentano, nel loro insieme, una macroimpresa per il conseguimento degli obiettivi comuni. Nell'ambito di questo nuovo modello imprenditoriale, i lavoratori sono generalmente impegnati su macchine computerizzate, e operano con grande autonomia. Difatti, sono responsabilizzati quanto ai risultati da conseguire, mentre hanno ampia discrezionalità sulle modalità di organizzazione del proprio lavoro. Si può pertanto anche affermare che l'impresa, oggi, è costituita da una rete di individui in grado di possedere tutte le conoscenze necessarie e sufficienti per impostare la propria azione imprenditoriale tendente a conseguire i risultati attesi. Ecco dunque che i collaboratori si trasformano in veri e propri "lavoratori della conoscenza" (knowledge worker). Tra l'altro, questo tipo di organizzazione ha in sé tutte le premesse per poter sviluppare quello che di solito si definisce come telelavoro, ulteriore forma di esternalizzazione e quindi anche di globalizzazione dell'impresa. Gli operatori, in questo caso, possono essere impegnati in postationi anche molto remote, collocate per esempio presso il loro domicilio, così da realizzare un lavoro a distanza. In sostanza, si tratta di far fare ai lavoratori ciò che tendenzialmente già facevano nella nuova organizzazione reticolare dell'impresa, decentrando però le postazioni di lavoro in siti remoti. A questo scopo occorre anche trasformare il lavoro dipendente in lavoro formalmente antonorno, con implicazioni anche sul piano normativo e retributivo, giacché proprio le retribuzioni vanno modificate collegandole non più al tempo della prestazione ma ai risultati che si conseguono. L'impresa, esternalizzando la propria organizzazione grazie soprattutto alla presenza delle nuove tecnologie informatiche e telematiche relative alla comunicazione e alla conoscenza, riesce a porre così le basi per una sua naturale espansione sul territorio, e pian piano finisce per estendere il proprio dominio anche sul mercato fino a renderlo globale, in grado quindi di interessare il mondo intero. Vengono così a configurarsi anche nuove professionalità che gravitano nell'arcipelago imprenditoriale. Molti lavoratori diventano in qualche modo imprenditori di se stessi, capaci di decidere sulle modalità del proprio operato, persone responsabilizzate quanto agli obiettivi da perseguire. Per questo diventano anche propositori di autonomi controlli sulla qualità delle prestazioni legata al risultati conseguiti, facilitando così l'attuazione di processi collegati al concetto di "qualità totale". Il processo di evoluzione organizzativa è esaltante, e pur tuttavia non è esente da pericoli. In primo luogo emergono nuovi problemi nelle relazioni che si sviluppano tra operatori e macchine informatiche. Con l'informatizzazione spinta si tende infatti a operare non più sulla realtà concreta, ma su un mondo artefatto che viene mediato dagli strumenti informatici. Si deternina allora una nuova realtà virtuale che dovrebbe rappresentare il mondo reale, ma che in effetti finisce per vivere di vita autonoma, talché gli stessi operatori che su di essa devono interagire perdono di vista il senso concreto della realtà, posseduti e affascinati dalla rappresentazione virtuale. La stessa impresa finisce con l'esprimere una propria immagine virtuale che si pone in complementarietà con le situazioni reali, spesso a esse sovrapponendosi e sostituendole nella concezione del lavoro quotidiano. In sostanza, l'impresa globale, attiva sul mercato globalizzato, opera di fatto in una realtà virtuale anch'essa globale in quanto interessa sia gli scenari interni imprenditoriali, sia le attività volte verso il mondo esterno. Sono situazioni molto pericolose per la possibile perdita di concretezza che può condurre a risultati fallaci. Ma altri fatti ancora rendono pericoloso l'abuso di nuove tecnologie informatiche in atto nel mondo delle Imprese tese verso la globalizzazione. Da un punto di vista psicologico, finisce con l'instaurarsi una sorta di solitudine telematica, che nuoce agli equilibri psichici dei lavoratori e in particolare di chi sia impegnato nel telelavoro. Si configura anche una sorta di neo taylorismo, questa volta di tipo intellettuale, che coinvolge in generale coloro che operano in maniera stressante sul computer, in particolare nelle loro configurazioni remote. In questi casi il rapporto con la macchina informatica tende a non essere più quello con una protesi in grado di potenziare le prestazioni dell'individuo. Si instaura, piuttosto, una sorta di "delega tecnologica" tendente a personalizzare il computer come macchina dotata di una propria intelligenza, sia pure artificiale. Lo stesso processo di globalizzazione dei mercati può provocare forme preoccupanti di alienazione a causa della perdita di identità del proprio territorio, che provoca un'assenza di radici e di luoghi di appartenenza affettiva. Giustamente, il concetto di globalità totale viene esaltato perché in grado di riavvicinare lontani territori ricchi di potenziali esperienze, o caratterizzati da emarginazioni stimolatrici di nuove sfide competitive da risolvere attraverso lo strumento del mercato. Tuttavia, va anche tenuto conto dei problemi che le nuove situazioni impongono, ed ecco perché torna di attualità l'insegnamento iniziale di Huizinga: è sempre più necessario un ottimismo della ragione da praticare con volontà forte, così da poter affrontare e vincere le sfide che il nuovo millennio ci propone. In questo quadro di ricerca di nuove soluzioni per riconsegnare all'individuo la fiducia dell'ottimismo, è ancora l'antico senso di cultura nelle sue espressioni più generali - indotte anche dalle scienze umane - a poter fornire delle soluzioni capaci di restituire alla persona la sua dignità di essere umano, enfatizzando al tempo stesso le sue doti di individualità creativa capace di far seguire all'analisi dei fenomeni una sintesi che sappia attribuire nuovi significati anche alla realtà globale. Per questo, sta emergendo anche nell'impresa produttiva - intesa nella sua immagine globalizzata - una precisa tendenza a riproporre al proprio interno forme di cultura generale, che amplino la corporate culture - la cultura storica aziendale - trasformandola in espressioni di vera e propria cultura strategica, rivolta a ognuno dei propri collaboratori, così da far emergere una nuova luce da diffondere poi anche nel mercato globale. (Ndr: ripreso da Il Sole 24 Ore-duemila di mercoledi 20 ottobre 1999) |