E-business è la rivoluzione
Dopo gli Usa sta travolgendo l'intero pianeta

di
Arturo Zampaglione

Quando sarà scritta la storia della rivoluzione informatica e Andrew Grove sarà ricordato, non solo come il fondatore della multinazionale dei chips Intel, non solo come "uomo dell'anno" della rivista Time, ma soprattutto come filosofo e vate del nuovo mondo, verranno rispolverate le previsioni che fece in tempi non sospetti: all'inizio degli anni Novanta, cioè prima del boom di Internet, prima del Pentium III, prima di Windows 98. "Il commercio elettronico - disse -porterà alla più tumultuosa trasformazione del paesaggio economico dai tempi della rivoluzione industriale".

Già ora la profezia di Grove comincia ad avverarsi: anche se non tutti se ne stanno rendendo conto, specie fuori dagli Stati Uniti, come lamenta Bill Gates in un libro nuovo di zecca intitolato Business The Speed of Thought (Il business alla velocità del pensiero) che farà incassare altri miliardi in diritti d'autore all'uomo più ricco del mondo. Non tutti hanno capito che, come un vento impetuoso e impazzito, l'e-business - come viene anche chiamato il commercio via Internet - rompe gli steccati della distribuzione, spazza via la vecchia cultura industriale, abbatte le gerarchie aziendali, sradica le abitudini dei consumatori.

Il vento del commercio elettronico non si limita a distruggere. Con la stessa furia, con la stessa impazienza, crea dal nulla nuovi protagonisti dell'economia, trascina sull'altare le quotazioni del Nasdaq, il mercato minore dove sono scambiati i titoli informatici, e permette la rapida ascesa di giovani miliardari. A cui Business Week, la bibbia settimanale degli imprenditori d'oltreoceano, dedicherà un inserto trimestrale, di cui è appena uscito il primo numero, chiamato "e.biz".

I dati forniti da Business Week sono impressionati. E soprattutto lo sono le proiezioni di istituti specializzati. Amazon.com, la libreria virtuale creata dal trentacinquenne Jeff Bezos, ha 6,2 milioni di clienti, 610 milioni di dollari di fatturato e una capitalizzazione di borsa di 36mila miliardi di lire (anche se non ha mai dato un dollaro di dividendo). Charles Schwab, E*Trade e altre società per la compravendita di azioni on-line, rappresentano ormai il 12,7 per cento degli scambi della borsa americana e contribuiscono all'euforia di Wall Street. In ogni settore merceologico, dalla biancheria intima (victoriassecret.com) al giardinaggio (garden.com), si moltiplicano i siti a disposizione dei consumatori.

Ma le vendite al dettaglio, ormai lo si è capito, rappresentano solo la parte visibile dell'iceberg del commercio elettronico. Sotto al livello del mare, ci sono le compravendite tra aziende, che l'anno scorso hanno raggiunto negli Stati Uniti un fatturato complessivo di 43 miliardi di dollari, 78mila miliardi di lire, cioè cinque volte il volume delle vendite dirette, e che secondo i calcoli fatti da Forrester Research Inc., una società specializzata, saliranno nel 2003 a 1300 miliardi di dollari, oltre due milioni di miliardi di lire. Superando, cioè, il prodotto nazionale lordo italiano o britannico.

L'irruzione del commercio elettronico non è solo misurabile in termini quantitativi. Sta portando, infatti, a trasformazioni radicali nel sistema delle imprese e lascia intravedere nuovi balzi in avanti della produttività industriale. La spiegazione è abbastanza intuitiva. Finora i rapporti delle aziende con fornitori e clienti sono stati complessi, macchinosi e sostanzialmente inefficienti: nel senso che non vi era né trasparenza, nè vera concorrenza. Adesso, invece, ogni società può usare il web per trovare e ordinare i prodotti ai clienti.

Consultando un sito Internet della Boeing, ad esempio, ogni compagnia aerea può controllare la disponibilità di pezzi di ricambio dei velivoli e ordinare quelli di cui ha bisogno, senza i ritardi del vecchio sistema delle telefonate e dei fax. Le industrie possono adattare i prodotti a quelli chiesti dagli utenti: come fa ad esempio la Dell, costruendo computers su ordinazione, cioè in base alle specifiche tecniche sulla memoria, il modem o il microprocessore forniti da chi, sempre utilizzando il mouse e la carta di credito, compra una macchina via Internet.

Certo, questi processi sono più rapidi negli Stati Uniti che non nel resto del mondo. La Casa Bianca clintoniana è stata molto abile nel prevedere le potenzialità della rete e a investire risorse. Del resto, i due terzi dei computers mondiali sono al di là dell'Atlantico e la comunicazione elettronica coinvolge quasi la metà della popolazione. Tutto ciò contribuisce a incrementare la produttività dell'Azienda America e ad alimentare uno sviluppo economico che dura ormai dal 1992, senza dare segnali di stanchezza e battendo tutti i record. La preoccupazione, naturalmente, è che gli americani sfruttino il vantaggio informatico per allargare la forbice tra l'economia a stelle e strisce e quella del resto del mondo. Ma Ira Magaziner, che, in quanto eminenza elettronica di Clinton, coordina dalla Casa Bianca gli sforzi pubblici nel campo, butta acqua sul fuoco, tranquillizzando i cugini europei. "Internet è stato inventato negli Stati Uniti e logicamente abbiamo assunto la leadership - spiega a Repubblica. - ma la velocità della sua diffusione planetaria rende molto transitoria la superiorità americana".

"Ci sarà lo stesso fenomeno del motore a vapore, che diede il via alla rivoluzione industriale -prosegue Magaziner - Partì dall'Inghilterra, che all'inizio sembrava l'unica a beneficiarne, ma gli altri paesi non si diedero per vinti, adottarono gli stessi sistemi di produzione, li migliorarono, investirono capitali, ottenendo poco dopo gli stessi frutti delle nuove tecnologie".

Un chiodo fisso di Magaziner è di proteggere l'avvio del commercio elettronico da lacci fiscali e lacciuoli doganali, che tutti i governi hanno cercato di imporre a dispetto del trend anti-tasse e anti-regulation ormai predominanti a livello di politica economica. In particolare, ha sempre insistito per esentare da dazi doganali non le importazioni ed esportazioni di prodotti fisici, ma il trasferimento da un paese all'altro di bites, cioè di software, canzoni, video e quant'altro trasmessi e venduti attraverso Internet. La sua tesi? Che la liberalizzazione del commercio elettronico è in grado di accellerare la crescita economica.

Mentre l'e-business muove i primi passi, si assiste al proliferare di aziende di ogni tipo che cercano di occupare nicchie e lanciare nuovi servizi su Internet. Alcune hanno successo, altre no, e molte, nove su dieci secondo gli esperti, sono destinate a soccombere alla spietata concorrenza reciproca.

"In un certo senso, chiunque svolge attività economica su Internet ha una multinazionale - dice Bob Hormats, vice presidente della Goldman Schs International - nel senso che può raggiungere clienti in ogni angolo del mondo. Ma per lo stesso motivo, nel nuovo contesto imprenditoriale, anche le aziende più affermate non possono mai dormire sonni tranquilli, perché potrebbe sempre nascere una società, ovunque sul pianeta, in grado di sfidare con successo i giganti".

Un esempio, viene proprio da amazon.com: che ormai ha decine di concorrenti pronti a ridurre il prezzo all'osso pur di conquistare clienti. Buybooks.com pubblicizza gli sconti dei suoi libri rispetto a quelli della società di Bezos. E un professore dell'Iowa, Lyle Bowlin, è diventato improvvisamente famoso grazie alla pubblicità data dal New York Times al suo sito, positively-you.com, che nelle ultime settimane ha decuplicato a spese di Amazon le vendite di bestsellers a prezzi stracciati.

Qualche regola da rispettare
I consigli di un esperto del Politecnico di Milano a chi vorrebbe aprire commerci su Internet

La consapevolezza delle opportunità di business offerte dal commercio elettronico si sta diffondendo anche in Italia, non solo tra gli operatori del settore ma anche a livello governativo: il ministero dell'Industria ha attivato un'osservatorio ed è intenzionato ad inserire una voce di spesa apposita nella prossima legge finanziaria. Ma attivare un progetto di e-commerce non significa semplicemente creare un "buon" sito Web, in cui esporre il proprio catalogo: Internet è un nuovo canale di commercializzazione e, quindi, richiede la messa a punto di un ventaglio ampio di scelte. Abbiamo chiesto ad un esperto del Politecnico di Milano, Andrea Rangone, di stilare un mini decalogo. Eccolo

1) Analisi competitiva - Non si può decidere di attivare un progetto di e-commerce senza capire quale sia la concorrenza on-line che si deve fronteggiare. In molti comparti merceologici, infatti, l'offerta on-line, soprattutto nordamericana, è già quantitativamente e qualitativamente significativa, e deve quindi essere ben valutata per poter indirizzare correttamente il progetto di e-commerce dal punto di vista competitivo.

2) Sito web - Per vendere su Internet non basta creare un sito che sia graficamente "bello": deve essere ben organizzato, veloce, prevedere modalità di pagamento automatizzato che consenta al cliente di ordinare facilmente i prodotti e passare rapidamente "alla cassa" per il pagamento.

3) Sistemi di pagamento - Una volta "alla cassa" il cliente deve poter scegliere la modalità di pagamento che più lo soddisfa, sia di tipo tradizionale, off-line (bonifico, contrassegno, assegno, ecc.) sia on-line, cioè gestita direttamente via Internet. Tra queste ultime non può mancare la possibilità di effettuare il pagamento tramite carta di credito, garantendo all'acquirente la sicurezza della transazione finanziaria, attraverso l'utilizzo di software (ad esempio, Ssl e Set) che proteggano i dati della carta di credito dei clienti da eventuali "intercettazioni".

4) Modalità di consegna (non vale evidentemente per iniziative di commercio elettronico di servizi) - Nel caso di e-commerce - essendo il canale di vendita il Web, accessibile da qualsiasi parte del mondo - viene a mancare completamente il legame spaziale tra cliente e fornitore: l'ordine di acquisto può provenire da un utente Internet collocato in una qualsiasi area geografica. L'organizzazione del processo logistico di consegna dei prodotti è un aspetto estremamente critico: il fornitore-negozio virtuale deve essere in grado di consegnare al cliente i prodotti acquistati direttamente in modo tempestivo e con costi contenuti, soprattutto per gli acquisti di valore non elevato.

5) Promozione - Anche ammesso di aver seguito tutte le linee-guida evidenziate nei punti precedenti, il canale di e-commerce non è ancora in grado di generare fatturato: occorre far conoscere l'esistenza del sito all'interno della "giungla" Internet (diversi milioni!). Per far questo possono essere utilizzati sia strumenti tradizionali sia strumenti specifici, on-line.

(Ndr: articoli ripresi dall'inserto "Affari&Finanza" de la Repubblica di lunedì 29 marzo 1999)