Un Grande fratello in salotto

Il broadcast flag, per ora solo negli Usa, controlla l'utilizzo dei programmi tv

di Stefano Gulmanelli

"E poi magari sarà il turno delle lavatrici". Questo il sarcastico commento in seduta plenaria di Harry Edwards. uno dei tre giudici della Corte d'Appello che giudicherà la causa intentata da una serie di organizzazioni per i diritti civili contro la "broadcast flag" un meccanismo di gestione dei diritti nella trasmissione di contenuti per la Tv digitalec (Dtv). Più precisamente la "flag" è un file di codice inserito nello spettacolo tv trasmesso in digitale per dare istruzioni all'apparecchio ricevente su ciò che può o non può fare con tale trasmissione. L'esternazione di Edwards e i forti dubbi di un altro dei giudici coinvolti lasciano supporre che la Corte potrebbe pronunciarsi contro l'entrata in vigore della "flag" prevista per il 1° luglio prossimo.

Da quel giorno, come deciso dalla Federal communications commission (Fcc, l'agenzia governativa di disciplina delle comunicazioni negli Usa), negli Stati Uniti potranno vendersi solo televisori digitali - o apparecchi capaci di ricevere il segnale televisivo digitale - che "leggono" la flag e che quindi si adeguano alle direttive di comportamento dettate dai fornitori di contenuti. Inaugurando così la stagione in cui major cinematografiche e "content provider" potranno decidere se lo spettatore potrà o meno registrare un certo film a casa propria o vedere o no un dato telefilm con un altro apparecchio.

Ma non è soltanto una possibile impasse giudiziaria a far pensare - e, per qualcuno, sperare - che l'arrivo della "flag" potrebbe subire uno stop. È tutto il clima intorno a questa forma particolarmente invasiva di Digital Right Management (Drm) a rendere sempre più difficile la sua imposizione e anche la sua efficace applicazione. A partire da una campagna orchestrata da un gruppo molto ascoltato sui fatti della Rete e della tecnologia digitale quale l'Electronic Frontier Foundation (Eff). Ispiratrice di un vero e proprio "Dtv Liberation Front", Eff sta spronando i consumatori a comperare, finché si può, televisori digitali sprovvisti di lettore di "flag" e - per i più arditi - a costruirsi grazie a un dettagliato libretto di istruzioni messo in Rete (www.eff. org/broadcastflag/cookbook) un videoregistratore digitale insensibile ai comandi della flag. Già, perché quando sancì il lancio della "bandiera" la Fcc mise però in chiaro che "i ricevitori funzionanti prima del 1° luglio devono poter rimanere tali anche dopo". Un varco questo in cui ci si stanno infilando in molti.

Anche per questo le minacce dell'Hollywood system - rappresentato dalla battagliera Motion Picture Association of America (Mpaa) - di non concedere alla tv contenuti digitali se la situazione dei Drm non sarà soddisfacente appaiono poco credibili. Il numero dei televisori digitali nelle case americane è in costante crescita come lo sono le aspettative per le opzioni rese possibili: si veda il successo del recente TiVoToGo il servizio TiVo con cui gli abbonati possono trasferire i programmi registrati su pc o in dvd. In un contesto simile un eventuale "black out" di contenuti imposto dai produttori finirebbe per colpire i network e divenire un boomerang per gli stessi promotori della "serrata".

Infine qualcuno fa notare che una rigidità nella diffusione di contenuti televisivi digitali come quella implicita nella broadcast flag potrebbe minare alla base un promettente settore di business che sta affermandosi sulla spinta dei grandi della telefonia in cerca di nuovi servizi a compensazione del calo nel loro ramo tradizionale - il traffico voce - dettato dall' affermarsi della tecnologia Voice Over Ip: lo streaming di video (e quindi anche di spezzoni di programmi tv) su cellulari e smart phones. Una forma di utenza che verrebbe pesantemente inibita da limiti e restrizioni a carico del fruitore, con scorno di molti, forse troppi, attori influenti del mercato.

Per questo e per gli altri motivi prima ricordati sono sempre di più coloro che pensano che la "bandiera" così cara a Hollywood potrebbe davvero non essere issata il 1° di luglio.

(Ndr: ripreso da @lfa Il Sole-24 Ore del 5 maggio 2005)