A chi spetta fare il poliziotto che dirige il traffico su Internet e, soprattutto, c'è veramente bisogno di questi tutori dell'ordine? Internet mette in discussione i concetti tradizionali di giurisdizione basati su fattori geografici, e domande di questo tipo sono ormai il rovello di giudici, legislatori e forze dell'ordine di tutto il mondo. Ma è difficile trovare risposte coerenti. Il dilemma trova la propria sintesi nella valutazione del ruolo dei fornitori di servizi su Internet (ISP), che connettono gli utenti al Web. Si tratta di capire se gli ISP debbano essere considerati responsabili, ai sensi di legge, per il materiale presente sui siti Web ai quali essi forniscono l'accesso, ovvero debbano essere considerati alla stregua di semplici vettori che non rispondono in alcun modo dei contenuti. Divisioni profonde su questo punto stanno vanificando gli sforzi dell'UE di mettere a punto una direttiva sul commercio elettronico. Anche i giudici sono impegnati a fare chiarezza in materia. La scorsa settimana, un tribunale tedesco ha cassato la condanna di un ex-dirigente della Compuserve che non aveva impedito l'accesso a siti Web contenenti materiale pornografico su minori, con la motivazione che non avrebbe avuto i mezzi per farlo. Tuttavia, nel Regno Unito, una decisione preliminare relativa ad una causa contro Demon (un altro ISP) sembra indicare che quest'ultimo possa essere ritenuto responsabile per non aver eliminato la connessione con un sito Web dopo essere stato informato che conteneva materiale diffamatorio. L'argomentazione a favore della responsabilità degli ISP è che, in caso contrario, Internet di fatto non sarebbe soggetto alle norme nazionali che invece si applicano ad altri media. L'argomentazione a sfavore è che gli ISP non possono avere conoscenza, né tantomeno la responsabilità, dei contenuti di ogni singola pagina Web che i propri clienti decidono di visitare. Prenderli di mira per il semplice fatto che i soggetti dai quali i materiali provengono sono al di fuori della portata del diritto nazionale costituisce una forma ben curiosa di giustizia. Si può affermare che è diverso il caso dell'ISP che rifiuti di togliere dal Web determinati materiali dopo aver saputo che hanno natura illecita. Ma cedere a richieste del genere senza prove conclusive a sostegno potrebbe costituire un pericoloso precedente. Come minimo, potrebbe esporre gli ISP all'attenzione molesta di qualche burlone o di qualche cliente irritato. Nella peggiore delle ipotesi, cedere su questo terreno potrebbe aumentare la vulnerabilità degli ISP rispetto a forme più subdole di pressione di parte governativa. E' da vedere se le autorità nazionali possano mai regolamentare tutto quello che c'è su Internet. Ma minacciare gli ISP che non collaborano potrebbe dare luogo ad un'auto-censura assai malsana. Basta questa motivazione per opporsi alla voglia di far passare norme onnicomprensive che permettano di gestire tutto ciò che viene considerato strano o eccessivo sul Web. Ad ogni modo, esistono approcci alternativi. La tecnologia permette ai genitori di impedire ai figli l'accesso a determinate pagine Web, e i gestori più seri di siti Web sono fortemente motivati ad ottenere la fiducia degli utenti più accorti attraverso un'autodisciplina efficace. Ovviamente ci saranno sempre problemi che sfuggono a questo tipo di soluzioni. Internet ha modificato i rapporti tradizionali fra ordine pubblico e diritto alla libertà di espressione; tuttavia, in linea di principio, se si deve fare una scelta è a quest'ultimo che bisogna dare la precedenza. (Ndr: articolo pubblicato sul Financial Times del 19 novembre) |