L’EUROPA SARA’ ETICA OPPURE NON SARA’

L’Europa si sta dando un po’ per volta regole etiche che, lungi dal costituire un freno per lo sviluppo tecnologico, rispondono alle attese dei cittadini

La vita delle persone, il mercato delle imprese, i rapporti fra Stati …niente sfugge ai rivolgimenti provocati dalle nuove tecnologie — quelle della materia vivente e quelle dell’informazione. La Comunità europea da tempo ha preso coscienza dell’impatto sociale ed umano di questo sviluppo tecnologico che ha una portata senza precedenti, impegnandosi in una riflessione etica (a partire dalla fine degli anni ’80) sia nell’ambito del Parlamento sia all’interno della Commissione. Tuttavia, da due o tre anni, dinanzi all’accelerazione dei cambiamenti, si è compiuta una svolta e si è passati dalla riflessione all'azione.

L’Europa si sta infatti dotando di un corpus di regole etiche che, in barba a certi preconcetti, non ostacolano il suo sviluppo e, al contrario, sono in grado di potenziarne l’influenza culturale. Un po’ per volta, aggiungendosi l’una all’altra, queste regole, fondate sui valori comuni della società europea, danno origine ad un vero e proprio "ordinamento giuridico comunitario". Questa dimensione etica delle politiche comunitarie è leggibile in modo particolare attraverso il ricorso ad un concetto giuridico del tutto nuovo: quello dei "principi etici fondamentali". Nella decisione del Parlamento europeo e del Consiglio con cui si approva il quinto "programma-quadro" di ricerca per gli anni 1998-2002, si afferma infatti che "l’Unione europea, nell’ambito delle sue attività di ricerca e di sviluppo tecnologico, rispetta i principi etici fondamentali".

La novità non è comunque di ordine puramente semantico. Numerosi testi (direttive o regolamenti) pongono attualmente, in diversi settori, limiti precisi che sono giustificati esclusivamente da considerazioni di ordine etico. Due esempi fra tutti sono significativi dell’ascesa dell’etica nel quadro della regolamentazione del mercato europeo. Il primo esempio riguarda la direttiva del 1998 "sulla tutela giuridica delle invenzioni biotecnologiche". Il progetto inizialmente presentato dalla Commissione, nel 1988, aveva un obiettivo esclusivamente industriale: si trattava infatti di facilitare la concessione di brevetti relativi a materiali biologici in modo da incrementare la competitività delle imprese interessate (ad esempio, quelle del settore sanitario) rispetto alla concorrenza americana. Il fatto è che il dibattito parlamentare si è concentrato rapidamente, ed in modo del tutto inatteso per la Commissione, sui temi di ordine etico.

Per molti parlamentari, in effetti, le disposizioni iniziali della direttiva non offrivano garanzie sufficienti, in particolare per quanto concerne il divieto di commercializzazione del corpo umano. Pertanto, al fine di mantenere in vigore questo principio, il testo finale adottato vieta espressamente di brevettare la semplice scoperta di un gene umano considerato nella sua condizione in qualche modo naturale. La direttiva prevede inoltre disposizioni ancora più restrittive, in quanto esclude la brevettabilità di invenzioni giudicate in contrasto con l’etica europea: in particolare, la clonazione umana a scopi riproduttivi, la modificazione del genoma di un individuo finalizzata a variarne le caratteristiche genetiche, o ancora le invenzioni che comportino l’utilizzazione commerciale e industriale di embrioni umani.

Contrariamente alle previsioni iniziali, questa direttiva funge dunque, in assenza di una competenza legislativa diretta della Comunità in materia di ricerca, da "codice etico" europeo della ricerca sulla genetica umana. Il secondo esempio è relativo alla protezione dei dati informatici, oggetto di una direttiva del 1995. Quest’ultima, analogamente alla direttiva sui brevetti, era finalizzata in primo luogo a favorire il corretto funzionamento del mercato in un settore in rapida espansione.

Nell’ottica di un’armonizzazione delle legislazioni nazionali, si trattava di creare le condizioni per la libera circolazione dei dati informatici, il cui valore (come si sa) può essere assai elevato. Anche in questo caso, ne è scaturito uno strumento che regolamenta non tanto il mercato, quanto la protezione del diritto fondamentale dei cittadini europei al rispetto della vita privata. Nel rapporto esplicativo si afferma esplicitamente che obiettivo della direttiva è quello di "promuovere la democrazia" nell’Unione (né più e né meno che questo) basandosi sui diritti fondamentali sanciti dalle Costituzioni e dalla legislazione degli Stati membri, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel testo vengono poi fissate condizioni rigide per i trattamenti computerizzati dei dati più sensibili (relativi alle opinioni politiche, alla salute, alla vita sessuale…). L’etica è dunque evidentemente il fondamento dell’affermazione dei diritti e delle libertà connesse alla cittadinanza europea, e pertanto della costruzione di un’Europa politica. E’ in quest’ottica che bisogna valutare il ruolo del comitato di bioetica istituito presso la Commissione. Creato nel 1991 allo scopo di "procedere sulla strada di una migliore accettazione delle biotecnologie e della realizzazione del mercato unico per i prodotti derivanti da tali tecnologie", secondo le parole utilizzate all’epoca dalla Commissione, questo organismo consultivo (denominato Gruppo europeo di etica delle scienze e delle nuove tecnologie) ha finito progressivamente col travalicare l’ambito iniziale delle sue competenze. Non soltanto ha elaborato raccomandazioni concernenti tutte le tecnologie in oggetto, ma, oltre al mandato consultivo affidatogli, è chiamato a contribuire alla democratizzazione del dibattito pubblico tramite l’organizzazione periodica di incontri con tutte le parti in causa: imprese e gruppi di interesse (associazioni di pazienti, di consumatori, per la difesa dell’ambiente…). Sempre a questo titolo, il gruppo può essere interpellato non soltanto dalla Commissione, ma anche dal Parlamento o dal Consiglio dei Ministri.

Non c’è il rischio che l’Unione europea, definendo un inquadramento etico delle attività di ricerca e sviluppo tecnologico, accentui ulteriormente il vantaggio già notevole degli USA in questi settori? Negli USA vige tradizionalmente la separazione tra etica ed economia, per cui le imprese non sono soggette ad alcun vincolo di questa natura. L’unica "regolamentazione" federale di ordine etico consiste, di fatto, nel divieto imposto dal Congresso nel 1994 di finanziare la ricerca sull’embrione umano attraverso fondi pubblici. Il divieto non si applica però al settore privato, che è libero di svolgere queste ricerche al di fuori di qualsiasi controllo pubblico. Allo stesso modo, è difficile pensare che la legislazione americana in materia di brevetti faccia proprie considerazioni legate a principi etici come il rispetto della vita umana; si può anzi affermare che il modo in cui in Europa si fondono etica e tutela della proprietà industriale risulta difficilmente comprensibile sull’altra sponda dell’Atlantico. Tuttavia, queste differenze culturali non comportano uno svantaggio per il continente europeo. Sarebbe sbagliato pensare che rappresentino un freno per lo sviluppo tecnologico dell’Europa, le cui deficienze in alcuni settori hanno semmai altre cause: finanziarie, ovvero psicologiche.

L’etica non può, viceversa, costituire una risorsa preziosa proprio in un momento in cui l’opinione pubblica esprime nuove esigenze — vuoi in termini di sicurezza, vuoi in termini di tutela delle libertà? I recenti negoziati con gli USA sul trasferimento dei dati informatici sembrano esserne un esempio. Ricordiamo che la direttiva del 1995 subordina il trasferimento di tali dati verso Paesi terzi all’esistenza di un livello di protezione della vita privata equivalente a quello esistente in Europa. Questa limitazione non ha certo mancato di influire sulla decisione del governo americano di proporre per la prima volta norme di legge in materia di riservatezza dei dati sanitari — finora non tutelati in tale misura. Significa dunque che la globalizzazione degli scambi può condurre ad un rafforzamento dei diritti dei cittadini? Se è vero che la risposta è incerta, è comunque in questa prospettiva che si inserisce l’approccio europeo all’etica.

(Ndr: articolo pubblicato su Libération del 17 dicembre 1999)