NO A NORME SULLA PRIVACY ONLINE NEGLI USA

Il governo USA dovrebbe mettere alla prova i sistemi basati sull’autoregolamentazione prima di introdurre norme rigide per la privacy online — così ha affermato ieri un dirigente della commissione per le comunicazioni.

William Kennard, presidente della Commissione federale per le comunicazioni, ha dichiarato che esistono "forti incentivi di mercato per la definizione da parte delle imprese di un’autonoma regolamentazione di queste problematiche legate alla privacy".

La dichiarazione fa seguito di appena un giorno alla pubblicazione di un rapporto da parte della Federal Trade Commission sulla privacy online, in cui si raccomandava di dare alla FTC ampi poteri per obbligare i siti Web ad aderire a norme sulla privacy.

Tuttavia, l’opinione prevalente fra gli addetti ai lavori a Washington è che le raccomandazioni della FTC non troveranno seguito nell’immediato.

La Forrester, una società di ricerca indipendente, ha affermato di non ritenere probabile l’emanazione di norme legislative sulla privacy online prima del 2001.

Kennard, che ha tenuto una prolusione durante un convegno fra imprenditori, ha dichiarato che si trattava di un’opinione personale, e che non stava parlando per conto della Commissione federale per le comunicazioni; tuttavia, le sue dichiarazioni contrastano nettamente con la posizione della FTC, che all’inizio della settimana aveva indicato come "l’autoregolamentazione non sia bastata, da sola, a garantire una tutela adeguata della privacy dei consumatori online".

La FCC, che è l’agenzia incaricata di regolamentare le comunicazioni negli USA, ha seguito le indicazioni di Kennard e ha preferito non emanare norme relative ad Internet — richiamandosi alla propria posizione storicamente contraria alla regolamentazione dei cosiddetti "servizi informazionali" come l’avviso di chiamata e le caselle vocali.

William Daley, ministro per il commercio, ha dichiarato che l’Amministrazione avrebbe proseguito nel dialogo con il settore privato.

(Ndr: articolo pubblicato sul Financial Times del 24 maggio 2000)