SCONTRO EUROPA-USA SUI DATI PERSONALI: DIRITTO DELLA PERSONA O OPPORTUNITÀ COMMERCIALE?

Nell'articolo si da conto della presa di posizione della Commissione europea la quale ha dichiarato che le preoccupazioni manifestate all’Amministrazione USA rispetto ai criteri proposti per il trasferimento di dati dall’Unione europea verso gli USA sono del tutto infondate. L’Amministrazione Bush aveva inviato una lettera alla Commissione alcune settimane fa, in cui protestava contro le clausole contrattuali modello concordate dai paesi dell’UE ai fini del trasferimento di dati personali ritenendo che potrebbero "imporre requisiti indebitamente onerosi che sono incompatibili con i processi del mondo reale". La reazione della Commissione è stata molto netta; il portavoce Jonathon Todd ha infatti dichiarato che "La lettera dell’Amministrazione USA appare basata su una totale, assoluta e definitiva incomprensione dell’attività svolta dalla Commissione", aggiungendo che "il nostro obiettivo è semplificare la vita alle imprese che trasferiscono dati dall’UE a Paesi non appartenenti all’UE, facendo chiarezza sulle disposizioni contrattuali in grado di assicurare al meglio una tutela adeguata dei dati personali."

Le divergenze fra le due sponde dell’Atlantico sembravano sopite dopo l’accordo di "safe harbour" (approdo sicuro) raggiunto l’anno scorso, ma il riaccendersi del confronto può costituire una nuova minaccia per i flussi di dati globali, i rapporti commerciali e lo sviluppo del commercio elettronico. Il punto fondamentale è che la direttiva vieta il trasferimento di dati dall’UE a imprese o società controllate che abbiano sede in regioni ove la tutela della privacy sia "inadeguata". Secondo numerosi esperti e parlamentari USA, essa può pregiudicare un’ampia gamma di transazioni via Internet, di natura finanziaria o per altri scopi, compromettendo la possibilità per le imprese USA di vendere beni e servizi a cittadini dell’UE.

David Aaron, funzionario del Ministero del commercio USA nell’Amministrazione Clinton che ha negoziato l’accordo di "safe harbour" l’anno scorso, ha dichiarato recentemente in un’audizione al Congresso che la direttiva, nella sua forma attuale, sarebbe "inutilizzabile". Anche Billy Tauzin, repubblicano, attuale presidente della Commissione energia e commercio del Congresso USA, ha affermato che la direttiva potrebbe costituire "una delle maggiori barriere al libero commercio mai esistite", e incidere sulla sovranità degli USA. Secondo Tauzin, si tratta dell’imposizione di "uno standard di fatto in materia di privacy a livello globale". I funzionari della Commissione europea a Bruxelles hanno però bollato queste critiche come frutto dei toni sempre più accesi del dibattito interno agli USA sui temi della privacy, più che come il segno di un vero attacco alla politica seguita dall’UE.

E’ comunque indubbio, secondo gli autori, che vi siano divergenze di opinioni fra Europa e USA, dovute non in ultimo alle profonde diversità della tradizione giuridica e al diverso sviluppo storico. Gli USA sono generalmente favorevoli all’associazione fra soluzioni di mercato e tutela giuridica mirata per settori di particolare delicatezza (dati relativi a minori, cartelle sanitarie, informazioni bancarie); l’UE preferisce disporre di un solido quadro giuridico di riferimento che potenzi il diritto di proprietà dei singoli sui dati personali che li riguardano.

Per quanto concerne l’accordo di "safe harbour" negoziato dall’Amministrazione Clinton lo scorso anno, va detto che sono appena 40 gli enti statunitensi che vi hanno sinora aderito — dei quali solo 12 appartengono al settore delle imprese. E’ chiaro allora che si può dubitare del sostegno politico nei confronti di tale accordo, della cui attuazione è responsabile la Federal Trade Commission; quest’ultima, tuttavia, non ha giurisdizione sui settori bancario e delle TLC, nonché su altri settori caratterizzati da flussi considerevoli di dati, per cui è difficile capire quale sarà la strada seguita. Molte imprese sperano in un’applicazione della direttiva limitata ai casi più eclatanti; altre ritengono probabile l’intervento dell’OMC ai fini di una transazione definitiva. E c’è qualcuno che agita nuovamente lo spettro di una guerra commerciale fra le due sponde dell’Atlantico.

(Ndr: ripreso dal Financial Times del 29 marzo 2001 — Articolo di Peronet Despeignes e Deborah Hargreaves)