Il Patto Atlantico della privacy in rete

di
Massimo Miccoli

Ancora non c'è l'accordo ufficiale, ma probabilmente stavolta siamo alla stretta finale nella lunga guerra Europa- Usa sulla privacy. Dopo mesi di defatiganti incontri diplomatici, a fine giugno ci sarà una nuova tornata di incontri che molti prevedono decisivi. Ma qual è la questione?

L'America contesta l'European Union Data Protection Directive, l'insieme di regole approvate lo scorso 24 ottobre che tutela i dati personali dei cittadini residenti nei 15 paesi membri dell'Unione e proibisce la trasmissione delle informazioni personali per via telematica verso tutti quei paesi ove le garanzie di privacy non siano adeguate alla normativa stessa, quindi anche Usa.

Sullo scontro-privacy si gioca il commercio elettronico: un mercato che nel 2003 varrà 1300 miliardi di dollari. Lo scorso mese i rappresentanti Usa e Ue, David Aaron e John Mogg, hanno stilato una bozza d'intesa, che fa sembrare vicina la soluzione.

Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i paesi a rischio privacy segnalati dalla Ue. Nel paese dell'informatica, delle alte tecnologie, molti gestori di siti Web raccolgono dati per poi venderli a terzi. Esemplare il caso di Geocities, uno dei siti più popolari del pianeta, accusato dalla Federal Trade Commission, di aver venduto oltre 2 milioni di schede personali dei propri abbonati tra cui anche italiani- a terzi. Sesso, età, professione, istruzione, reddito, hobby. America Online ha rivelato i dati personali di un proprio abbonato, dichiaratosi omosessuale in un servizio di registrazione di Aol, alla marina militare americana. Il tutto in nome del marketing. Mentre crescono le proteste dei consumatori d'Oltreoceano.

Negli Usa, tra consumatori e aziende si è aperta una vera e propria crepa, tanto ampia da mettere in dubbio il futuro business del commercio elettronico. Da una parte ci sono le aziende interessate allo sviluppo del commercio elettronico, dall'altra i navigatori- consumatori preoccupati per la loro privacy. Ma agli industriali delle leggi varate dalla Ue in tema di privacy non ne voglio sapere. In Usa la Data Protection Directive è giudicata troppo restrittiva e dispendiosa, sia per le società sia per il Governo. Una legge costosa perché prevede l'accesso da parte dei consumatori ai dati collezionati dalle aziende per apportare eventuali correzioni; onerosa per il rischio che corrono le stesse società, direttamente responsabili, nel caso in cui i dati in loro possesso finiscano nelle mani di compagnie fraudolente.

Ma lo scontro si gioca anche su un altro punto: alle aziende americane non va giù il fatto che possano essere gli stessi consumatori a scegliere se rivelare o no i propri dati, a decidere se l'azienda che li ha raccolti può cederli a terzi. Gli americani sono preoccupati. La legge europea, se fatta rispettare, potrebbe dare seri problemi a tutte le aziende Usa che fanno affari con l'Europa. Secondo la Data Protection Directive, le compagnie americane che raccolgono dati per conto terzi non potrebbero più operare, così come i gestori di siti Web Usa, le aziende con impiegati in Europa, le società che operano nel campo delle carte di credito, le aziende di telecomunicazione. Nessuna azienda Usa con sedi nel Vecchio Continente potrebbe più raccogliere dati sui propri dipendenti in Europa, collezionare informazioni attraverso servizi Internet. Il governo Usa, dopo una timida proposta di legge, che ha sollevato un polverone di polemiche, ha lasciato alle società il compito di auto-regolamentarsi sulle politiche di privacy. Un meccanismo i cui risultati sono controversi. Una ricerca della Georgetown University indica che il numero delle società che rispetta la privacy dei consumatori Usa è in crescita grazie all'autoregolamentazione. Dati che hanno dato fiato a chi sostiene che non c'è bisogno di una legge a tutela della privacy. Diversa la situazione fotografata dalla Federal Trade Commission: su 1400 siti, oltre l'85% raccoglie dati personali dei propri utenti ma solo il 14% dichiara che fine faranno i dati collezionati.

(Ndr: ripreso dal supplemento "Affari&Finanza" de la Repubblica di lunedì 31 maggio 1999)