Il nuovo microprocessore rende identificabile l'utente dal gestore del sito

Pentium III, un chip troppo "trasparente"
Scoppia in Usa il problema della privacy

Le associazioni dei consumatori tenevano già sotto tiro il commercio elettronico

di
Massimo Miccoli

Pressioni da Washington, il coro delle proteste delle associazioni in difesa dei diritti dei cittadini, montagne di lettere di protesta e e-mail a non finire. Nel mirino il processore Pentium III d'Intel accusato, ancor prima di arrivare sul mercato, di non rispettare la privacy del pubblico della Rete. Stretto alle corde, il gigante dei microchip ha fatto dietro-front: saranno gli utenti a scegliere se navigare in anonimato o meno. "E' una vittoria per tutti i consumatori", commenta Edward Markey del comitato Consumer Protection of Usa.

Mai tanto fragore ha accompagnato l'uscita di un nuovo prodotto elettronico. Tutto è iniziato con le anticipazioni d'Intel su Pentium III ad un gruppo di giornalisti. Così il pubblico ha scoperto che il nuovo chip, oltre a macinare numeri, è capace di affibbiare un'"identità" ad ogni utente della Rete, un numero seriale unico, una specie di codice fiscale a disposizione dei gestori dei siti Web per l'identificazione univoca degli utenti.

Per Intel questo meccanismo doveva contribuire allo sviluppo del commercio elettronico, alla circolazione di dati sicuri sul Network, tanto che la società aveva in programma di attivare il meccanismo d'identificazione sul processore al momento della produzione e delegando all'utente la scelta dell'anonimato attraverso un software con cui accendere o spegnere la funzione. Ma ai cittadini americani la cosa non è piaciuta e tanto meno agli organi di governo competenti. Gli avvocati si sono messi subito a studiare il caso, sui giornali telematici sono fioccati i pareri degli esperti: Markey ha scritto a Craig Barret, capo d'Intel, chiedendo delucidazioni e rassicurazioni.

Nel giro di 24 ore Intel è tornata sui suoi passi annunciando che il Pentium III arriverà sui negozi con la funzione d'identificazione disattivata: saranno gli utenti a scegliere se farsi riconoscere o meno in Rete. Ciò nonostante le polemiche sul caso Pentium III restano aperte. E se la Microsoft, per l'accesso ai suoi servizi, richiedesse obbligatoriamente l'attivazione del sistema d'identificazione del Pentium? E se una simile richiesta venisse fatta da tutti i principali siti Web? Per la nostra privacy sarebbe un disastro, avvertono gli esperti. I gestori di siti potrebbero accordarsi per scambiarsi i numeri di serie degli utenti e le loro personali preferenze.

Nessuno chiede di andare a far la spesa con il passamontagna, ma non si può nemmeno pretendere nome e cognome da chi vuole semplicemente acquistare un etto di mortadella. Ma il problema è che in America molti gestori di siti Web raccolgo dati per poi venderli a terzi. Geocities, uno dei siti più popolari del pianeta, è stato accusato dalla Federal Trade Commission di aver venduto 2 milioni di schede personali dei propri abbonati. Sesso, età, professione, istruzione, reddito, hobby. Il tutto in nome del marketing.

La battaglia delle associazioni civili in difesa della privacy dei navigatori Internet la fa da padrona sulle cronache della Rete. Prima del Pentium III le critiche si sono levate contro una legge proposta dal governo americano per tutelare i minorenni dalla pornografia in Rete. La legge impone ai gestori di siti l'adozione di un sistema di controllo incrociato con i dati della carta di credito dell'età dichiarata dall'utente che chiede accesso al servizio. Negli state tra consumatori e aziende informatiche si è aperta una vera e propria crepa, tanto ampia da mettere in dubbio il futuro business del commercio elettronico. Per le società Usa le leggi varate dall'Unione Europea a tutela della privacy sono troppo restrittive, limiterebbero lo sviluppo del commercio elettronico. Fino ad oggi a nulla sono valsi gli incontri tra responsabili del governo Usa e dell'Unione Europea per trovare un accordo sulla tutela della privacy: per il momento tra i due continenti si è stabilita una specie di tregua.

L'Unione vieta l'esportazione di dati raccolti dalle aziende verso quei paesi che non tutelino in modo adeguato la privacy dei cittadini. Ma come si fa a far rispettare una regola del genere su Internet? Il governo Usa ha fino ad oggi lasciato alle società il compito di autoregolamentarsi sulle politiche di privacy. Un meccanismo, quello dell'autoregolamentazione, che non sta dando i risultati attesi. E il problema resta aperto.

(Ndr: ripreso dall'inserto de la Repubblica "Affari&Finanza" di lunedì 1 febbraio 1999)