Su Internet la privacy è merce di scambio

di
Federico Rampini

Per quanto tempo ancora Internet sarà il regno della libertà? Quanto resisteranno gli spazi di privacy e di anonimato ancora disponibili per i navigatori online?

Questo è uno dei temi affrontati nell'importante convegno internazionale su "Proprietà intellettuale e cyberspazio" che il Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale ha organizzato il 4 e 5 maggio a Stresa, sotto la presidenza di Guido Rossi e con la partecipazione dei massimi giuristi americani ed europei del settore.

Rossi ha ricordato che sono in atto tentativi di rivincita dello Stato-nazione sul cyberspazio.

Ben venti paesi nel mondo hanno ristretto l'accesso a Internet. La Cina ha messo in atto un sistema di filtri per censurare o controllare la circolazione dell'informazione su Internet e il suo utilizzo da parte di dissidenti.

La giustizia francese con il divieto a Yahoo di mettere in vendita cimeli di propaganda nazista nelle sue aste online ha dato un colpo al concetto di extraterritorialità di Internet (I'autore di quella sentenza, il giudice Jean-Jacques Gomez, era anch'egli presente a Stresa).

Il caso Yahoo ha anche dimostrato che, se i portali o gli Internet service provider lo vogliono, identificare 1'indirizzo di chi accede a un sito è un'impresa non proibitiva con le tecnologie esistenti. Esistono zone franche, margini di errore, e possibilità di sfuggire ai controlli: ma non più di quanto accada nei campi più tradizionali e antichi di applicazione delle leggi.

E' interessante notare che molti interessi economici privati spingono nella stessa direzione degli Stati, per restringere gli spazi di privacy.

Un esempio: tutti i siti Internet che cercano di campare con la vendita di spazi pubblicitari, si sono accorti che l'anonimato degli utenti è una iattura.

Agli inserzionisti serve moltissimo sapere dove vivono i visitatori di un sito (possibilmente anche quanto guadagnano, se sono sposati con figli, che hobby hanno e che numero di scarpe portano).

Di qui l'interesse commerciale per quel tipo di software che consente di localizzare il visitatore, che poi è lo stesso usato da Yahoo - in obbedienza alla sentenza di Parigi - per bloccare ai cittadini francesi l'accesso alle aste di cimeli nazisti.

Inoltre, molti Internet service provider fanno soldi vendendo informazioni sui propri clienti, informazioni di cui sono ghiotte le aziende che fanno marketing via e-mail.

Non c'è nulla di nuovo sotto il sole: da anni la vostra carta di credito vende notizie su di voi a operatori turistici o marche di automobili (a meno che glielo abbiate espressamente vietato firmando fior di formulari).

Internet non fa che adeguarsi, piano piano, a un mondo dove la privacy è da tempo in vendita al miglior offerente. Il fatto che si moltiplichino le leggi per tutelarla è la miglior prova che la privacy sia minacciata.

A Stresa c'era anche David Boies, celeberrimo avvocato americano che ha assistito il governo Usa nel processo contro Microsoft, Al Gore contro George Bush in Florida, e ha difeso Napster contro l'industria discografica. Il rapporto tra copyright, libertà e innovazione è stato un altro tema affrontato dal convegno.

Se su Internet non c'è tutela della proprietà intellettuale, allora scompare l'incentivo a creare (musica, per esempio).

Ma se la proprietà intellettuale è troppo tutelata, e se questa tutela non fa capo direttamente agli autori ma a grandi aziende che arraffano brevetti e copyright in gran quantità (come accade nel mondo reale), allora si rischia di veder nascere nuovi monopoli: i cosiddetti guardiani del cancello che impongono un pedaggio esoso a chi vuol entrare nel cyberspazio. La politica antitrust si rivela più utile che mai, anche su Internet.

E tener basso il pedaggio è probabilmente anche la risposta più sensata ed efficace alla pirateria.

(Ndr: ripreso da "la Repubblica — Lettera dalla Silicon Valley di lunedi 7 maggio 2001)