Computer, nostro partner quotidiano

di
Pierluigi Ridolfi

Una volta si diceva che bisogna conoscere il passato per capire il presente e anticipare il futuro. Ma è ancora vero? Forse dipende dal campo al quale ci si riferisce: nel caso dell'ICT (Information and Communication Technology) il legame tra il passato e il presente è molto debole e probabilmente quello che lo legherà al futuro sarà ancora più debole.

La prima è una constatazione, la seconda un'ipotesi

La constatazione deriva dalla mia esperienza personale. Ho vissuto l'avventura informatica in Italia fin dalla primissima ora. Era il 1957: all'Università di Bologna, per iniziativa di Giuseppe Evangelisti, professore di Ingegneria, era arrivato un BendixD12, il primo calcolatore "commerciale" in Italia. Commerciale significa che si trattava di un computer costruito in serie, non un esemplare quasi unico sul tipo di quelli dell'Istituto per le Applicazioni del Calcolo di Roma e del Politecnico di Milano, di un paio d'anni prima. A quell'epoca io mi stavo per laureare proprio con Evangelisti e fui cooptato nella piccola squadra che si occupava di questo potentissimo mostro, in grado di fare una cinquantina di operazioni al secondo. Ma come era difficile programmarla! Dopo la laurea entrai in Ibm e mi occupai nel '61 dell'installazione all'Euratom di Ispra del computer modello 7090, a quell'epoca il più potente del mondo, lo stesso che aveva la Nasa. Nel frattempo Backus aveva inventato il Fortran e programmare era diventato facile. Tre anni dopo ero a Pisa: lì, come braccio operativo di due personaggi leggendari come Carlo Santacroce, Vice Direttore Generale dell'Ibm, e Alessandro Faedo, Rettore dell'Università, misi in piedi quello che doveva diventare il grande Cnuce. Nel '65 divenni uno dei responsabili del marketing dell'Ibm: ricordo ancora un quaderno sul quale segnavo a mano i vari computer esistenti in Italia e le loro configurazioni. In realtà bastavano poche pagine perché si trattava appena di qualche centinaio di macchine. Poi il mercato esplose: la tecnologia elettronica inventò i circuiti integrati, per merito di Brooks s'impose l'organizzazione a byte, nacquero dei nuovi linguaggi di programmazione e dei nuovi sistemi operativi. Il '65 fu l'anno della svolta ed ebbe inizio quel boom dell'informatica che è tuttora in atto.

Fino a quel momento ero stato in un osservatorio privilegiato e, andando spesso nei laboratori americani, avevo anche colto alcune delle idee che sarebbero diventati vincenti negli anni a venire. Ad esempio ricordo ancora, in uno sperduto laboratorio tra le colline di Los Gatos nella SiliconValley, un oscuro ricercatore che stava realizzando, da solo, il primo elaboratore di testi della storia: diceva, ma pochi gli davano credito, che un giorno tutti avrebbero usato il computer invece della macchina per scrivere, e soprattutto per scrivere bene. In casa Ibm, che produceva le più belle macchine per scrivere del mondo, questa sembrava proprio un'eresia. I capi tolleravano questo soldatino della ricerca, di cui si è perso il nome, ma certo non lo incoraggiavano.

Tornai in una posizione di osservatorio privilegiato dieci anni dopo, quando fui chiamato a dirigere la ricerca dell'Ibm in Italia. Di lì a poco sarebbe iniziata l'avventura del personal computer.

La vera storia della nascita del personal computer è poco nota: questo piccolo sistema nacque per un'intuizione e un atto d'imperio di John Opel, il presidente dell'Ibm di allora, assolutamente isolato in questa decisione, presa contro il parere del marketing centrale e contro il parere della divisione ricerca. Con simili poderosi ostacoli al proprio interno, lo sviluppo del software fu forzatamente affidato all'esterno - e così ebbe inizio la storia della Microsoft che fornì il DOS - mentre per le applicazioni ci si rivolse a settori Ibm relativamente autonomi, tra i quali il nostro centro di ricerca di Roma. Così mi trovai ad avere un ruolo, anche se piccolo, in quest'originale progetto americano: che si trattasse di un prodotto marginale o rivoluzionario nessuno osava pronunciarsi. Nel marzo dell'81 presentai in Italia il PC, questa strana novità, al Comitato di Direzione Generale. I dubbi erano tanti. Innanzi tutto c'era il pericolo di distruggere il mercato tradizionale con un prodotto così economico: il PC aveva la stessa potenza di calcolo del 7090 di vent'anni prima e sarebbe costato 1000 volte di meno! Un altro dubbio fondamentale era come, venderlo, visto che i margini di profitto erano piccoli. In autunno ci fu il lancio commerciale, con un entusiasmo di facciata compensato da tanto timore dietro le quinte. Poi venne il successo, glorioso, incredibile, foriero però di inaspettate conseguenze.

Sono passati altri vent'anni. Il numero dei computer in Italia, anche per merito del PC, oggi è superiore a quello dei televisori. Se li segnassi tutti uno per uno, come facevo una volta, ci vorrebbe un quaderno alto 100 metri.

Un buon PC di oggi è 1000 volte più potente del suo antenato e costa un decimo. Ma è di questi giorni la notizia che l'Ibm che li ha lanciati forse non li produrrà più perché ormai i margini di guadagno sono troppo ridotti: sic transit gloria mundi! Ma fu vera gloria? Io penso proprio di si. L'effetto del PC, come è noto a tutti, è stato fondamentale per lo sviluppo del mercato e, di conseguenza, anche della concorrenza alla stessa Ibm. Ma è meno noto che le sue conseguenze sono state travolgenti in un settore vitale come quello della ricerca. Infatti, mentre una volta la ricerca in informatica era accentrata in pochi laboratori al mondo, dotati di mezzi di calcolo poderosi, con l'avvento del PC essa si è andata distribuendo capillarmente su un territorio grande quanto il mondo. I sistemi di calcolo non costavano più delle cifre astronomiche: praticamente tutti potevano dotarsi di un PC. Per effetto di ciò i contributi originali, le invenzioni, le innovazioni sono stati innumerevoli da parte delle Università, delle Aziende, dei singoli privati, determinando un'ulteriore accelerazione dello sviluppo dell'informatica. Il fenomeno si è poi esteso ad altre branche della scienza, a ingegneria, chimica, farmacia, economia ma anche alle scienze umanistiche e a medicina. Il PC è stato pertanto come un enzima, che, operando sul mercato, ha creato le condizioni per un suo sviluppo ancora più elevato.

Ripercorrendo con occhio critico questi quarantacinque anni sono portato a concludere che gran parte della situazione di oggi è dovuta a intuizioni geniali di pochi singoli, a episodi che sembravano minori nel momento in cui si sono materializzati. Penso in Italia alla prestigiosa vocazione informatica di Pisa, erede della lungimiranza di Faedo. Penso al ruolo avuto da Opel per il PC. Penso all'ignoto ricercatore che credeva nell'elaborazione dei testi. Penso a Backus che inventò il Fortran e a Brooks che impose la rivoluzionaria struttura sistemistica basata sul byte. Penso all'italiano Faggin, coinventore del microprocessore. Penso a Codd cui sono legate le basi di dati relazionali. Penso ai contributi fondamentali dati da singoli individui, la maggior parte ben noti. In tutti questi casi c'è stata una specie di salto quantico con un incremento della forza di espansione del sistema.

Ora le stesse funzioni che storicamente ha avuto il PC sono passate a Internet, con un effetto ancora più dirompente. Ma anche in questo caso l'idea base è partita da un singolo, Berners-Lee, che al Cern di Ginevra 10 anni fa si stava occupando di tutte altre cose. È il caso - forse unico nella storia della tecnologia - di una serendipità di dimensioni strepitose. Anche Linux, l'innovazione più importante nel settore informatico degli ultimi cinque anni, è dovuta a una geniale singola persona, Linus Torvalds, che, caso unico nella storia dell'informatica, l'ha battezzata con il suo nome.

Oggi non è più cosi. Nessuna delle grandi componenti dello sviluppo dell'ICT che sta caratterizando l'epoca presente è legata a nomi di persone particolari: è finita l'epoca dei singoli episodi eroici e dei personaggi. Lo stesso Bill Gates non recita più la parte del guru perché - giustamente - sa di non esserlo più. Alla generazione degli esploratori è subentrata quella dei colonizzatori: un esercito! L'espansione continua, velocissima, ma senza salti. La grande espansione dell'ICT avviene trovando all'interno del mercato il fattore di crescita. Il mercato domanda in continuazione, esprime nuove esigenze, impone le soluzioni. La firma digitale, la nuova carta nazionale dei servizi, la posta elettronica non sono tanto invenzioni di singoli o gruppi di singoli, quanto manifestazioni di un potenziale strutturalmente aperto alle novità e allo sviluppo.

Se la chiave di lettura del presente è questa, così diversa dal passato, quale sarà l'ipotesi con la quale ci accingiamo a leggere il futuro? In altre parole, che cosa c'è dietro l'angolo?

Me lo chiese per la prima volta Maurizio Costanzo, in suo show di successo di tanti anni fa, dove a tutti gli ospiti faceva questa domanda. Io risposi che vedevo un computer per ogni persona, piccolo e facile da usare. A posteriori direi che ho indovinato. Ma se la stessa domanda mi fosse posta oggi, caricherà la dose e risponderei che saremo circondati da una moltitudine di computer, la maggior parte da quali collegati fra loro in una rete strettissima che ci obbligherà a non farne più a meno. Già adesso comincia a essere cosi ma non ce ne accorgiamo. Il fatto è che siamo portati a considerare computer quello che abbiamo in ufficio o a casa, con le funzioni e gli aspetti tradizionali. Ma un computer sta anche dentro ogni telefonino GPRS per non parlare di quello, potentissimo, che darà corpo all'UMTS. Fra poco la televisione di casa passera alla tecnologia digitale e avrà bisogno di un set-top-box per gestire i vari programmi e consentire delle forme di interattività, e ogni set-top-box sarà basato su un computer. C'è un computer dentro ogni lettore di DVD, ogni playstation, ogni game-machine. Ci sono computer nei palmari, negli e-book, nei GPS. Ci sarà più di un computer in ogni auto, per controllarne le funzioni e per aiutarci a viaggiare dandoci posizione e rotta. Ci sono infinità di computer, più o meno piccoli, dentro la quasi totalità degli aggeggi elettronici. Che poi si tratti di microprocessori piuttosto che computer non fa differenza. E c'è chi immagina delle case cablate, dove ogni funzione domestica sarà governata da un computer: il contatore dell'energia elettrica, che applicherà prezzi diversi a seconda del carico e dell'ora; la lavatrice, che sarà a noleggio e verrà pagata un tanto a lavaggio; il frigorifero, in grado di registrare tutti gli input e gli output e di collegarsi al supermercato per effettuare un ordine automatico per aggiornare la fornitura di base.

Che cosa c'è allora dietro l'angolo? Molti esperti credono in un mercato sterminato, in espansione ancora per anni, lontanissimo dalla saturazione, che ci avvolgerà tutti, inclusi vecchi e bambini, normodotati e disabili, a casa e al lavoro, o meglio, per molti al tele-lavoro. Un fenomeno di pervasività totale, addirittura superiore a quello che si è manifestato nel dopoguerra con l'uso generalizzato dell'energia elettrica.

Espansione che non sarà senza problemi. Innanzi tutto vi è quello dell'energia. Si stima in prospettiva che il fabbisogno di quest'immenso parco di computer possa richiedere il 5 % di tutta l'energia elettrica consumata nel mondo,ma è anche vero che l'incremento delle comunicazioni elettroniche farà diminuire i movimenti fisici: meno viaggi, meno auto, minor condizionamento degli uffici: tutta energia risparmiata. Forse le due quantità si compensano, anzi probabilmente ci sarà un guadagno complessivo. Se è cosi, non si tratta di un problema ma di un'opportunità.

Vi è però la seria incognita dell'inquinamento magnetico: fenomeno molto studiato, con timorosa attenzione, ma ancora privo di consolidata dottrina. Succederà qualche cosa? Ce la farà il nostro DNA a resistere? Ai posteri l'ardua sentenza.

Ma c'è un problema, molto serio, del tutto imprevedibile appena qualche anno fa, legato a un tecnicismo squisitamente informatico: quello dell'indirizzamento. Un computer può vivere di vita indipendente oppure deve collegarsi alla rete: in quest'ultimo caso ha bisogno di un indirizzo. Nella codifica attuale, che prevede 32 bit per l'indirizzo, è consentito un massimo di 4 miliardi di posizioni, delle quali 800 milioni già occupati, soprattutto per Internet. Andando avanti di questo passo e con le attuali convenzioni, si giungerà presto alla saturazione dei numeri. Sarebbe un disastro! Si sta lavorando a un nuovo schema di indirizzamento, basato su 128 bit, che porterebbe il numero totale di indirizzi a molti miliardi per ogni abitante della terra. Ce ne è abbastanza per tutto il prevedibile futuro dell'umanità. Purtroppo non è semplicissimo il passaggio dall'attuale sistema di 32 bit a quello nuovo di 128: per fare un paragone, è come se in una rete ferroviaria volessimo cambiare la distanza tra i binari mentre i treni stanno viaggiando.

Non si può : bisogna fermare i treni. Nel nostro caso dovremo fermare la rete e vivere per un po' di tempo senza Internet, senza telefonini, senza tutti i benefici ai quali l'elettronica ci ha abituato: ce la faremo? Prospettiva terribile, praticamente inaccettabile dal mondo occidentale che è così legato ai computer. È diventato allora indispensabile trovare un modo per realizzare il cambiamento "in corsa", rendendo compatibile la nuova codifica con quella di oggi. Dalle ultime notizie sembra che ci si sia riusciti. Pertanto non ci dovrebbero più ostacoli informatici a questo straordinario incremento delle possibilità di collegamento.

Con 128 bit ogni nazione, ogni località, ogni casa, ogni azienda, ogni gruppo omogeneo di categorie potrà avere un macro indirizzo entro il quale saranno compresi gruppi di computer: pertanto si potrà realizzare una struttura molto articolata che consentirà alla rete, ad esempio, di far interagire un passeggero di un aereo con gli elettrodomestici della propria abitazione, di metterlo a contatto con gli insegnanti della scuola dei figli, di mandare lo stesso messaggio di posta elettronica a tutti i componenti di un determinato gruppo di lavoro, sparsi per il mondo, di vedere sul proprio supertelefonino a larga banda i fatti di attualità e qualunque film on demand. La possibilità teorica ci sarà: ma quanto ci costa? Ci sarà un mercato per questo tipo di applicazioni? I futurologi amano ricordare che agli inizi dell'era informatica, nel '52, il grande Watson fondatore dell'IBM, nell'autorizzare la costruzione del primo computer espresse la previsione che il potenziale di vendita sarebbe stato di una decina di macchine. In quegli stessi anni si decideva di costruire l'Autostrada del Sole, con una previsione di traffico che l'esperienza ha poi dimostrato sottostimata di venti volte, mentre si dava il via alla progettazione della Michelangelo e della Raffaello, straordinari transatlantici che però, fin dal primo viaggio, non competevano più con gli aerei. Con il che si conferma quanto sia difficile disegnare gli scenari del futuro.

Tornando all'ipotesi con la quale abbiamo iniziato, cioè che, nel campo delle ICT, il legame tra presente e futuro sia molto debole, si tratta di valutare che peso dare alla previsione di un'espansione molto pervasiva dei computer. A mio parere si tratta di una visione tecnicamente realistica condizionata però da un fattore economico: la rete costa e non è detto che, per alcune applicazioni, il rapporto con i benefici sia favorevole. Io mi schiero tra gli ottimisti prudenti, tra quelli che credono nel computer come partner quotidiano: ma non ci vorranno certo altri cinquant'anni per capire se quest'ottimismo sarà giustificato.

(Ndr: ripreso dalla rivista mensile MediaDuemila - maggio 2002)