Se nasce l'uomo col codice a barre di Società dell'informazione o società della sorveglianza? La semplificazione può apparire brutale. Ma questo è ormai un dilemma ineludibile, che racchiude le nuove tensioni tra diritti individuali e sicurezza collettiva, tra libertà del consumatore e interessi delle imprese; tra autonoma costruzione della personalità e pressioni perché si adottino il più possibile comportamenti uniformi; tra l'Unione europea che cerca di disegnare una rinnovata carta dei diritti e l'amministrazione degli Stati Uniti che vuole affidarsi alla sola logica del mercato. In Italia si discute con grande approssimazione del braccialetto elettronico e della conservazione dei tabulati telefonici; in Francia si annuncia una legge sulla società dell'informazione; in Germania, sull'onda delle polemiche suscitate da un aggressivo discorso del filosofo Peter Sloterdijk, si polemizza intorno alle informazioni genetiche che possono divenire le nuove "regole per il parco uomini"; in Inghilterra tira un'aria di restaurazione rispetto a tutte le forme di devianza; ovunque si pubblicano inchieste sulla morte della privacy e sull'avvento definitivo di una organizzazione sociale fondata su controlli capillari, diffusi, ineludibili. Stiamo affrontando questioni dalle quali dipende la qualità della democrazia, stiamo ridefinendo il significato stesso della parola "cittadino". Ma temo che tutto questo avvenga senza la necessaria consapevolezza, affidando a scelte casuali decisioni che richiederebbero un dibattito pubblico fondato su informazioni rigorose e sull'assunzione finale delle responsabilità da parte del Parlamento, e non di una singola amministrazione o di qualsiasi impresa privata. Due concretissimi esempi di casa nostra possono aiutarci a cogliere il senso di un mutamento che troppi ancora pensano di poter affrontare con logiche apprezzabilissime in passato, ma ormai inadeguate a una società il cui sistema nervoso è costituito dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Periodicamente riaffiorano le richieste di consentire a magistratura e polizia di avere accesso praticamente senza limiti di tempo ai tabulati che registrano tutte le nostre telefonate, sottolineando soprattutto la necessità di condurre in modo efficace le inchieste sulla criminalità organizzata. La richiesta può apparire del tutto ragionevole, perché la sicurezza collettiva può ben valere qualche limitazione della riservatezza. Ma questo tema non può essere più posto in termini astratti, senza tener conto degli straordinari mutamenti quantitativi e qualitativi determinati dall'evoluzione dei servizi telefonici e dalla crescita continua delle possibilità di raccogliere, conservare, usare i dati personali. Oggi in Italia i tabulati sono conservati per cinque anni. Considerando i volumi di traffico del 1997, si può stimare in settanta miliardi il numero delle telefonate in uscita, che contribuiscono a costituire una banca dati di proporzioni gigantesche. E questa cifra dev'essere ormai considerata approssimata per difetto, visto l'incremento del traffico e del numero dei telefoni. Se si dovesse accogliere la richiesta di allungare ancora i tempi di conservazione, essa dovrebbe essere quasi raddoppiata. Una rete a maglie fittissime viene stesa su tutta la società, che consente di seguire implacabilmente ogni traccia lasciata da ciascuno di noi, ricostruendo l'insieme dei rapporti sociali attraverso l'individuazione di tutte le persone chiamate, il luogo e la durata delle telefonate. Il rischio di abusi è evidente: lo hanno messo in evidenza diverse autorità nazionali e lo ha sottolineato una recente, preoccupata risoluzione del comitato dei garanti europei, che ha suggerito di limitare addirittura a soli tre mesi la conservazione dei dati. Le sacrosante esigenze di giustizia (peraltro assicurate dal fatto che, una volta iniziata l'indagine e acquisiti i dati, questi possono essere comunque conservati) possono giustificare la creazione di un'enorme struttura stabile di controllo di tutti i cittadini? Non si tratta più di scegliere tra sicurezza e riservatezza ma tra sicurezza e libertà. Si pone così una delle questioni ineludibili nelle società avanzate. Tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente ammissibile, socialmente accettabile, giuridicamente lecito? Da tempo questo interrogativo è al centro della discussione bioetica. Ma sta diventando centrale anche per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, tanto che si comincia ad usare il termine "infoetica" e si moltiplicano i centri di ricerca sull'etica dell'informazione. Di questa preoccupazione vi è stata scarsissima traccia anche nelle discussioni che hanno accompagnato la proposta di obbligare le persone che si trovano agli arresti domiciliari a portare un braccialetto elettronico. Eppure, per la prima volta in maniera eloquente, si materizzalizzava il rischio della tecnologia come "prigione". Nulla di paragonabile con il vero carcere, si è subito osservato: si schiudeva, anzi, ai detenuti una prospettiva capace di tenere insieme libertà e sicurezza. Ma, a parte ogni valutazione su costi e reale efficienza di questa misura, non ci si è fermati un momento a riflettere sul significato di un'iniziativa che trasporta fuori della prigione la logica carceraria. E, infatti, si è subito innescata un'inquietante deriva culturale: proposte, non solo in Italia, di estendere l'uso del braccialetto anche ai malati di mente e alle persone comunque pericolose; inserimento sotto la pelle di un detenuto americano di un microchip che consente di seguirne ogni spostamento; messa a punto di un codice a barre che, come un marchio, dovrebbe accompagnare ogni persona fin dalla nascita, consentendone l'identificazione con la stessa rapidità e certezza che questo tipo di codice assicura quando, in un supermercato, si devono leggere i prezzi dei prodotti; banche di dati genetici dei condannati per particolari reati, ma anche di ogni persona pericolosa, anzi di tutta la popolazione fin dalla nascita, come da proposta dell'impagabile sindaco di New York, ormai modello culturale anche in casa nostra. Forse la genetica non servirà per programmare "il parco uomini", ma sono fortissime le pressioni per utilizzarla come strumento di sorveglianza. Si oscura così, fin quasi a scomparire, il valore fondamentale della dignità, che un intreccio secolare di tradizioni religiose, culturali, costituzionali vorrebbe riconosciuto in ogni uomo. Private dell'idea della solidarietà, vuote di politica, le nostre società si cullano nell'illusione di una tecnologia capace di offrire una risposta a ogni problema. Si moltiplicano le grandi raccolte di informazioni, si diffondono forme sempre più capillari di videosorveglianza (l' Inghilterra ne è già avvolta). Ma davvero il controllo implacabile su tutti e ciascuno è la via per uscire da ogni difficoltà? Non stiamo forse creando un nuovo "cittadino" che, ossessionato da bisogni di sicurezza spesso enfatizzati, è sempre più disponibile a rinunciare alla propria libertà? Conosco bene i vantaggi sociali delle nuove tecnologie, ne ho sottolineato molte volte le intime potenzialità per la democrazia, per la nascita di una più ricca "cittadinanza elettronica". Proprio per questo credo indispensabile e urgente una discussione pubblica sulle derive autoritarie che esse stanno innestando. E il luogo per farlo non può che essere il Parlamento, se dedicherà a questi temi un po' del suo tempo, invece di cedere alla tentazione di divenire uno dei luoghi dove si istituzionalizza l'uso politico della storia. (Ndr: ripreso da la Repubblica del 20 ottobre 1999) |