La tutela della privacy
è un presidio di libertà

di
Stefano Rodotà
(Presidente Autorità Garante per la protezione dei dati personali)

Edmondo Berselli ("Il Sole-24 Ore" del 14 luglio 2000) osserva con intensità aspetti diversi della realtà italiana.

E' bene che abbia rivolto il suo sguardo anche ai problemi della tutela della sfera privata.

E' giusto, allora, fornigli qualche informazione più puntuale sul modo in cui si è mosso e si muove l'Ufficio del Garante. Una rassicurazione, prima di tutto, nulla è più lontano dal nostro modo di lavorare della pretesa di imprigionare tutti in una rete fitta di norme e di adempimenti.

Se si analizza la nostra attività fin dal suo inizio si coglie immediatamente una linea che ha consentito di smantellare la pesantissima bardatura burocratica che caratterizzava all'origine la legge sulla privacy.

Con una serie di interventi abbiamo eliminato ogni obbligo per 7-8 milioni di soggetti, e abbiamo radicalmente semplificato le procedure per altri 2 milioni. Il suo giornale ha sempre raccontato puntualmente questo nostro lavoro, offrendo anzi una preziosa collaborazione quando abbiamo chiesto di pubblicare bozze di nostri provvedimenti per raccogliere le osservazioni degli interessati.

Capisco il fastidio che può prendere chi deve firmare moduli o formulari. Ma alla (apparente) libertà di ieri corrispondeva l'arbitrio assoluto di soggetti pubblici e privati che potevano fare quel che volevano dei nostri dati.

Quel "fastidio" è il segno che siamo divenuti padroni delle nostre informazioni, sì che oggi possiamo sempre controllarne la raccolta e l'utilizzazione.

E i cittadini italiani hanno mostrato di gradire assai questo nuovo potere, visto che sono ormai milioni quelli che lo hanno esercitato e lo esercitano (il suo giornale lo ha documentato a proposito delle banche). Così ogni giorno vengono cancellati piccoli e grandi arbitri.

Certo, in molti moduli vi è ancora una insopportabile pesantezza. Ma questo è il prezzo del rodaggio d'una legge complessa, arrivata in Italia con una ventina d'anni di ritardo rispetto ad altri Paesi: abbiamo accompagnato questo rodaggio con suggerimenti e semplificazioni.

Al tempo stesso, però, abbiamo il dovere di offrire tutele ai cittadini che le chiedono (80mila richieste in tre anni) e di favorire la discussione delle trasformazioni sociali determinate dalle tecnologie della sorveglianza. Non sempre è peccato chiedere norme.

Nell'Inghilterra di Blair, citata come modello di semplificazione con insistenza persino fastidiosa, il Code of Practice per la videosorveglianza copre ben ventotto pagine.

Con strumenti di regolazione assai più sobri, il Garante è finora riuscito a trovare sempre un punto di equilibrio tra riservatezza e sicurezza, avendo interlocutori impegnativi come il ministero dell'interno e alcuni grandi Comuni. Forse si deve anche a questo lavoro se finora non si sono manifestati inconvenienti significativi.

Ma rischi, problemi e conflitti sono ormai ben documentati da una imponente letteratura internazionale, dalla quale emerge l'ampiezza del fenomeno della videosorveglianza, delle contrastanti reazioni che suscita, dei suoi complessi effetti sociali.

Poiché a noi non piace lavorare in base alle impressioni, abbiamo adoperato un metodo inconsueto per le amministrazioni pubbliche, quello dell'inchiesta sociale, e abbiamo voluto divulgarne immediatamente i risultati, per suscitare una discussione aperta e sollecitare l'attenzione parlamentare. Se avessimo voluto coltivare un rafforzamento del nostro potere, avremmo scelto una via opposta a quella della assoluta trasparenza.

Si dice che ai cittadini poco importa della privacy: chiedono e vogliono solo sicurezza. Non è così. Ce lo dice il flusso imponente delle loro richieste. Ce lo ha confermato un'altra indagine da noi commissionata, e già resa pubblica, proprio sul modo in cui i cittadini hanno reagito alla legge sulla privacy.

Al di là dei dati empirici, importantissimi, vi è tuttavia un interrogativo al quale non abbiamo voluto sottrarci. Dobbiamo accettare senza batter ciglio la trasformazione delle nostre società in società della sorveglianza?

Che senso assumono libertà, intimità, relazioni personali e sociali in un contesto così modificato?

Non credo di esprimere un punto di vista parziale. Poiché le coincidenze servono sempre a qualche cosa, segnalo che nella stessa giornata un cui appariva l'articolo di Berselli (14 luglio), in uno scritto sul "Corriere della Sera" Paolo Macry ricordava la "scomparsa della privacy teorizzata dalla politologia totalitaria e praticata dagli occhiuti capi-isolato nella Berlino o nella Mosca degli anni Trenta".

Aggiungo che l'immagine tante volte evocata dell' "uomo di vetro", del cittadino che non ha nulla da nascondere e può quindi serenamente esporsi a ogni occhio umano o elettronico, viene dalla cultura nazista.

Vale come potente sostegno a una pretesa dello Stato, e di ogni potere pubblico o privato, di conoscere tutto di tutti. Chi si nega a questa pretesa è bollato come cattivo cittadino.

Questa buona norma, in questa materia, non è l'ennesima pastoia alla libertà, ma un suo buon presidio.

(Ndr: ripreso da il Sole 24 Ore di domenica 16 luglio 2000)