Quella di Internet non è di Quale organizzazione sociale sta davvero nascendo dietro un'epressione accattivante come "società dell'informazione e della comunicazione"? Ai quattro angoli del mondo si proclama che non v'è salvezza fuori di Internet. Solo lì, nella rete, possono fiorire l'impresa e le libertà civili e politiche. Internet: agorà e mercato, luogo della democrazia compiuta e della più straordinaria fioritura dei commerci mai conosciuta. Mi occupo da molti anni di questi temi, da tempi in cui la parola Internet neppure compariva sui grandi giornali, e sono quindi abbondantemente vaccinato contro ogni retorica. Quando qualche studioso liquidava Internet come "un giocattolo", provavo ad indagarne pazientemente i caratteri e le dinamiche, che precocemente mostravano come una ventata rivoluzionaria stesse abbattendosi sul mondo, cancellandone i confini. Non ho mai pensato, tuttavia, che l'omaggio alla ampiezza dell'innovazione scientifica e tecnologica, alla sua pervasività, dovesse accompagnarsi con l'abbandono del senso critico. È vero: le nuove tecnologie modellano lo spazio economico e quello politico, le relazioni sociali e la sfera personale. A quale prezzo, però? Certi entusiasmi troppo facili, che proclamano che ormai la democrazia è "la partecipazione più Internet", mi richiamano irresistibilmente alla mente la profezia di chi annunciava che il socialismo sarebbe stato "i soviet più l'elettrificazione". Fa bene Giorgio Bocca ad impugnare la spada, a non avere paura delle parole, ed a parlare di "dittatura", sia pure "morbida". L'aggettivo, anzi, rende ancor più inquietante il sostantivo. Più sono morbide, più le dittature anestetizzano, rendono ardue le reazioni. Le nuove tecnologie sono, insieme, una benedizione ed una tentazione. I loro vantaggi vengono sbandierati ogni giorno, con tanta ampiezza che davvero non vale la pena di elencarli una volta di più. Ma, entrando in modo sempre più intenso nella vita quotidiana, quelle tecnologie stanno portando con sé una schedatura minuziosa, continua, implacabile di preferenze e di contatti, di spostamenti e di incontri. Basta "cliccare" su un sito e subito l'immagine della "rete" come strumento per rendere concrete infinite possibilità di conoscenza si trasforma nella "rete" in cui ci si impiglia, perché da quel momento in poi ogni nostra mossa potrà essere seguita e registrata. Si dice che la comunicazione elettronica ci libera dalla tirannia dello spazio e del tempo: possiamo andare in ogni luogo, quando e come vogliamo. Ma ci impone pure nuove servitù spaziali e temporali; registrando impietosamente il luogo e l' ora di ogni acquisto con carta di credito, la durata di ogni telefonata con ogni interlocutore, il tempo passato visitando un sito. È inevitabile che sia così, o sono possibili strategie in grado di far prevalere i benefici sui costi? Non è facile, perché sono all'opera meccanismi potenti. Le informazioni sulle persone, sui loro gusti e le loro attività, sono ormai una materia prima di cui il sistema delle imprese non può fare a meno. Le esigenze di sicurezza enfatizzate anche oltre l'evidenza statistica, sembrano rendere legittima ogni forma di sorveglianza delle persone. Consideriamo qualche fatto di questi giorni. Nel "manifesto" sul futuro della sinistra, diffuso in questi giorni da quattro capi di governo europei, vi è una sola indicazione concreta: la comune dichiarazione della volontà di procedere alla schedatura genetica dei cittadini, considerata uno strumento necessario per la lotta alla criminalità. Taccio sull'ipocrisia del documento, dove parlano di libertà alcuni primi ministri che (eccezion fatta per Schroeder) si oppongono ad una Carta dei diritti europea per piccole ragioni di bottega interna. Ma il riferimento alla schedatura genetica è rivelatore, perché non ci parla soltanto dello scarso rispetto per la libertà dei cittadini, ma della qualità stessa che l' azione politica rischia di assumere seguendo una cieca deriva tecnologica. Si registrano interlocutore e durata di ogni telefonata (e solo in Italia questi dati sono già decine di miliardi); la videosorveglianza dilaga; le schedature genetiche hanno già fatto il loro debutto. Una rete a maglie fittissime avvolge sempre di più i cittadini. Il mezzo sovrasta ormai la finalità. La lotta al crimine o all'evasione fiscale vengono delegate alla tecnologia, diventano affare di tecnica e non più di politica. Poco importa se in Inghilterra, dove massimi sono stati gli investimenti, la criminalità non regredisce. Nasce così una pericolosa irresponsabilità sociale e politica. L'impegno si esaurisce tutto nell'ipertrofia della strumentazione tecnologica. E, quindi, ci si sente assolti se, poi, i crimini continuano ad accadere. Si dice, se mai, che serve una dose ancor maggiore di tecnologia. L'unica risposta ai problemi sociali rischia di diventare quella tecnologica. Viene così cancellato uno degli elementi costitutivi della democrazia e della civiltà giuridica: il rapporto tra mezzi e fini, la proporzionalità tra mezzi impiegati e fini perseguiti. Si è rinunciato alla tortura, che era anche un efficiente strumento per raccogliere informazioni, e si è riconosciuto all'inquisito il diritto di non rispondere. La civiltà giuridica moderna è nata grazie a queste "rinunce", che hanno fatto prevalere le ragioni della libertà sulla lotta al crimine (o all'eresia, o al dissenso) a qualsiasi costo. Oggi proprio questo principio rischia di saltare. Schediamo tutti, se questo consente di scoprire dieci evasori fiscali. Diamo alle imprese libera patente di raccolta dei dati personali, se questo fa crescere il commercio elettronico. Considerata da questo punto di vista, la società dell'informazione e della comunicazione diviene, più analiticamente, società dell'identificazione, della classificazione, della sorveglianza. Ma che timore può avere delle schedature chi non ha nulla da nascondere? Torna l'antico interrogativo: qual è il prezzo della libertà? E di quale misura di libertà godremo in un ambiente tecnologicamente ridisegnato in forme tali da ridurre diritti fondamentali delle persone? Noi, e usando il plurale parlo di tutti noi cittadini, siamo chiamati a sciogliere una contraddizione tra una trasparenza crescente e l'inconoscibilità o l'incontrollabilità di chi ci rende visibili, rimanendo egli stesso lontano o oscuro. Ma può la democrazia lasciar crescere al suo intermo quello che, per dirla con Conrad, può divenire il "cuore di un'immensa tenebra"? Strategie di contrasto sono possibili, identificate di solito con la difesa della privacy. Le indiscriminate raccolte di informazioni, pubbliche e private, si rivelano autoritarie e inefficienti. Di tutto questo bisogna discutere seriamente e in pubblico, magari appassionandosi ai dati precisi sul dilagare della videosorveglianza negli spazi pubblici (strade, stazioni, aeroporti e via dicendo), destinata ad incidere sulla natura dei gesti quotidiani di tutti, più che scandalizzarsi per l'imminente inizio della trasmissione "Il Grande Fratello". (Ndr: ripreso da La Repubblica di mercoledì 13 settembre 2000) |