Informazione e diritto alla privacy

Il problema va posto e risolto dopo le polemiche per le rivelazioni sulla vita di Maria Pia Labianca

di
Michele Serra

Dal delitto, così come avviene in letteratura, è spesso nato, e ancora nasce, dell'eccellente giornalismo. Il trauma che una pistola o un coltello infliggono al corpo della vittima è anche un simbolico squarcio aperto nel misterioso sipario che vela il corpo sociale. Non per caso sono le dittature a imporre la censura sulla cronaca nera, nello sforzo (inutile) di ricucire quel varco, e impedire che lo sguardo pubblico conosca e riconosca il (suo) male.

E tuttavia la sorte postuma di Maria Pia Labianca, la pubblica autopsia della sua vita privata, lo svelamento tambureggiante e irrefrenabile delle sue (normali) abitudini sessuali e perfino la sua (normale) gravidanza, ci pongono di fronte, come persone che scrivono e leggono i giornali, a una macroscopica questione di rispetto della persona. Pongo solo due dei tanti elementi che formano il mio, e spero non solo mio, grande disagio. Il primo: quasi tutte le notizie concernenti Maria Pia rese note dai media (e dunque dagli inquirenti, loro fonte principale) sarebbero state impubblicabili, a norma di legge, se la ragazza fosse viva, e i suoi familiari indenni dal loro inimmaginabile lutto. Se ne deve dedurre che venire assassinati, ed essere genitori di persone assassinate, è qualcosa che indebolisce fino a polverizzarle le barriere che non solo la legge, ma perfino la solidarietà umana pongono a salvaguardia della dignità personale. E questa, putroppo, non è un' opinione, ma una constatazione oggettiva.

Secondo punto: il caso di Maria Pia non è il primo, né sarà l'ultimo, ad assumere un rilievo clamoroso a partire dal fatto che la vittima è una ragazza giovane e bella, in grado di catalizzare la curiosità e le pulsioni della pubblica opinione e, evidentemente, anche quelle di un mondo dell'informazione ancora saldamente maschile (solo il cinque per cento dei direttori di testata, in Italia, sono donne: perfino meno del misero dieci per cento rappresentato dalle parlamentari).

Mi rendo conto di avere posto un problema del quale non conosco la soluzione. Detto che la censura risponde non già a un'esigenza di rincivilimento dei sentimenti pubblici, ma alla loro forzata rimozione, aggiungo che neppure le norme di legge e/o i vari "codici" professionali possono, da sé soli, bastare.

Ci sarà sempre, in ogni vicenda di interesse pubblico, una zona borderline nella quale è impossibile valutare se pesi di più il diritto di informazione o il diritto alla privacy. Esattamente come, per un magistrato, immagino sia impossibile avere sempre perfettamente chiari, nei minimi dettagli, i limiti entro i quali è lecito indagare, anche il giornalista, che è a suo modo un inquirente, si troverà spesso di fronte all'identico dilemma.

Pure, poiché non v'è chi non colga lo scempio di cui è oggetto in questi giorni Maria Pia, il problema va posto con energia, e se possibile con tutto l'infelice disagio del caso: perché, tra l'altro, non solo il crimine, ma anche la pietà e il rispetto degli esseri umani "fanno letteratura", ispirando sentimenti e parole non meno appassionanti e leggibili di quelle che germinano nelle questure, nelle procure, negli obitori, nei luoghi del delitto.

Questo aspetto della narrazione del male - la pietà per le vittime - può non riguardare, formalmente, solo alcuni rari esempi di genialità narrativa: Pasolini, in Salò, si servì fino all'insopportabilità delle più obbrobriose descrizioni dell'assoggettamento fisico. Ma anche se è della storia vera che si parlava, le vittime erano attori, e Pasolini un genio che poteva permettersi di maneggiare una materia così estrema.

Chi non è Pasolini, e per giunta si serve di esseri umani in carne e ossa, con nome e cognome, potrebbe forse arretrare, almeno ogni tanto, di fronte alle proprie tentazioni narrative. Se non tutte, almeno quelle che infliggono ai protagonisti del racconto una supplementare punizione, se sono vittime, e una supplementare condanna preventiva, se sono carnefici: a meno che avere una relazione "con un altro" (Maria Pia) e avere molto gel nei capelli (il suo assassino siano notizie che possono e devono interessare altri se non i magistrati, nel primo caso, e i pettegoli di paese, nel secondo.

Si capisce che questa delicatezza - che è poi, in fin dei conti, anche rispetto delle proprie parole - non sia molto familiare ai giudici e ai poliziotti che conducono le indagini, come hanno ampiamente dimostrato i mediocrissimi "gialli" scritti a Tortona e altrove, e consegnati frettolosamente a giornalisti spesso parimenti frettolosi. Ma i giornalisti, che di parole vivono, non potrebbero esercitare una pietosa traduzione dei canovacci peggio istruiti?

(Ndr: ripreso da la Repubblica di martedì 9 marzo 1999)