Nell'era dello shopping online

Il patto raggiunto in ambito Ocse apre nuove prospettive: 300 miliardi di dollari di vendite in rete nel 2001
I Paesi più industrializzati del mondo si sono impegnati a eliminare le barriere al commercio elettronico

di
Laura La Posta

Via le barriere doganali, normative, tecnologiche e culturali da Internet. Solo così il mondo entrerà in una nuova era, sotto il segno del commercio elettronico. L'era della globalizzazione non solo dei mercati, ma anche delle comunicazioni tra i popoli e della diffusione delle conoscenze anche agli Stati in via di sviluppo.

Con questo auspicio i Governi dei 29 Paesi più industrializzati del mondo, convocati dall'Ocse, hanno preso l'impegno di eliminare gli ostacoli allo sviluppo dello shopping online.

E' l'obiettivo di creare un mondo online senza frontiere - che ha il suo più acceso sostenitore negli Stati Uniti - appartiene non solo all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ma anche alla World trade organization.

Basti pensare che in maggio i 132 Stati membri della Wto hanno concordato di non imporre dazi sulle transazioni online di prodotti digitali (i software, ad esempio) fino all'autunno 1999. E anche l'Unione europea, pur fra comprensibili cautele (su temi delicati come la privacy dei cybernauti), si è mossa in questa direzione.

Insomma, la "stanza dei bottoni" del pianeta ha scoperto il commercio elettronico e ha deciso di sostenerlo, perché tutte le analisi dimostrano che si tratta di un nuovo mezzo che creerà sviluppo e occupazione.

Qualche dato, citato dall'Ocse e raccolto dalla Wto sulla base delle maggiori ricerche di mercato. Le stime sulla consistenza numerica del "cyberpopolo" sono piuttosto aleatorie, ma secondo le organizzazioni internazionali entro la fine del secolo Internet avrà 300 milioni di utenti (dai cinque milioni scarsi del 1991). Quanto alle vendite di beni sulla rete, nel 2001 dovrebbero balzare a circa 300 miliardi di dollari, dai 2,7 del 1996.

Si tratta, a ben guardare, della media delle stime effettuate da tre grandi società di analisi: in ordine di ottimismo, Forrester research (che prevede un fatturato 2001 pari a 327 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti), ActivMedia (a quota 314) e Idc (220). E queste tre stime non sono le più sbilanciate: gli ultimi documenti Ocse riportano anche le previsioni di Killen and associates, che per il 2000 quantifica l'Internet commerce in 780 miliardi di dollari. L'astronomico numero rappresenterebbe - secondo la stessa società - quasi il 10% dell'intero commercio all'ingrosso e al dettaglio.

L'enorme volume di affari generato nel mondo virtuale potrebbe indurre a pensare che Internet distruggerà molti posti di lavoro nel mondo reale. Invece l'Ocse ritiene che avverrà l'esatto contrario: cioè che la rete di reti creerà benessere e occupazione. Vale l'esempio degli Stati Uniti dove, secondo l'Amministrazione Clinton, l'industria-Internet (da sola, senza considerare l'indotto) ha creato oltre tre milioni di nuovi posti di lavoro. Sulla base di queste analisi, il pianeta pare aver deciso di lanciarsi alla conquista dell'Eldorado elettronico. E' questa la sensazione che emerge dalla Conferenza ministeriale sul commercio elettronico indetta dall'Ocse a Ottawa, in Canada, dieci giorni fa. Una conferenza, affollata da mille delegati, che ha segnato due novità.

Innanzitutto, per la prima volta ha chiamato tutti i protagonisti a discutere del futuro dello shopping online: le maggiori società dell'Information technology, i ministri del Commercio e dell'Industria dei 29 Paesi Ocse (più gli osservatori di altri 12 Stati), i rappresentanti delle organizzazioni internazionali e quelli degli enti e delle associazioni che rappresentano i cittadini. Come ad esempio l'Autorità per la privacy italiana, rappresentata dal presidente Stefano Rodotà e dal garante Claudio Manganelli.

La seconda novità è che dalla conferenza è uscito un documento finale (consultabile anche sul Web: http://www.ottawaoecdconference.org) che impegna gli Stati a promuovere tutte le condizioni affinché il commercio elettronico si sviluppi senza difficoltà. Naturalmente, il documento non è la panacea a tutti i mali dell'Internet commerce, che difficilmente potrà prendere piede su larga scala finché rimarrà un mezzo mediamente troppo costoso (si veda il SoIe-24 Ore del 12 giugno scorso).

Ma l'accordo di Ottawa, se verrà rispettato dagli Stati, è comunque un segnale di apertura nei confronti dell'era digitale. Soprattutto perché - e qui gli utenti Internet possono tirare un sospiro di sollievo - il documento finale proclama la propria "assoluta fiducia nel mercato digitale" e pertanto afferma che "l'intervento dei Governi, quando necessario, deve essere proporzionato, trasparente, costante, prevedibile e neutrale dal punto di vista delle tecnologie". Insomma la rete di reti, grande strumento di democrazia mondiale, non deve essere imbrigliata da leggi inutili neanche nelle sue espressioni commerciali.

Concretamente, i Paesi Ocse si sono impegnati su quattro fronti: sostenere la fiducia dei consumatori verso 1e transazioni elettroniche (ad esempio contribuendo alla diffusione di standard sulla sicurezza con metodi crittografici); favorire l'accesso dei cittadini alla rete (vegliando sulla regolare concorrenza tra gli operatori delle telecomunicazioni e su prezzo e qualità dei loro servizi); stabilire le regole di base per il mercato digitale (emanando le norme indispensabili a difesa dei consumatori); massimizzare i benefici per i consumatori, gli imprenditori e le istituzioni (dando alla pubblica amministrazione il compito di precursore nell'utilizzo dei sistemi elettronici).

La strada da percorrere per raggiungere questi obiettivi è tracciata nel Piano d'azione approvato assieme al documento finale. Il piano fissa le fasi del lavoro da svolgere in ambito Ocse su aree specifiche come la protezione dei cyberconsumatori, le ricadute socio-economiche del commercio elettronico e il regime di tassazione da adottare sui beni acquistati elettronicamente. Su quest'ultimo tema si è stabilito che i principi fiscali applicati al commercio convenzionale valgono anche per l'E-com, che le tasse sul consumo devono essere riscosse nel Paese in cui avviene il consumo e che ai beni digitali si applicano le stesse regole dei beni materiali.

Non viene tralasciata la spinosa questione della sicurezza, cui la conferenza dedica una delle tre dichiarazioni allegate al documento finale. E' significativo che gli Stati Ocse si siano impegnati a rendere effettiva la protezione della privacy dei cittadini che entrano nella rete.

Si tratta di un problema particolarmente sentito a livello internazionale: gli utenti Internet hanno il diritto di sapere come sono raccolti i loro dati personali e che uso ne viene fatto. Dati preziosissimi come il numero della carta di credito, altri di carattere più intimo come l'indirizzo privato che molti siti chiedono, a scopo di marketing, attraverso moduli da riempire online.

Le altre due dichiarazioni trattano della difesa dei consumatori - cui l'Ocse dedicherà un vademecum completo entro l'anno prossimo - e della "autenticazione", indicando la necessità di giungere a una certificazione delle transazioni (magari tramite un'Authority indipendente che vigili sulla correttezza sia dei siti commerciali sia dei clienti virtuali).

Fin qui i principi-chiave stabiliti dai 29 Paesi Ocse (dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Francia all'Italia). A dar forma alle enunciazioni penseranno la stessa Ocse in altri incontri più specifici, la World trade organization, che proprio questo mese ha varato un articolato programma di lavoro sul commercio elettronico, e i Governi. Ma soprattutto - e il documento di Ottawa lo scrive a chiare lettere - la crescita dell'internet commerce è nelle mani delle imprese, che devono stimolare la domanda di shopping online attraverso gli investimenti e l'innovazione continua di prodotti e servizi.

È questa la sfida non solo tecnologica, ma anche sociale del Duemila: entrare nell'era dei cittadini online.

(Ndr: ripreso da Il Sole 24 Ore-Informatica di mercoledi 21 ottobre 1998)