INTERNET 'NAVIGATORI' SPIATI PER 7 ANNI
 REGISTRATE LE VISITE A OGNI SITO

Tutto il traffico da mobile 'catturato' fino al 2008 da tre grandi aziende. "Gli italiani rassegnati ad essere intercettati"

di

Vittorio Zambardino

 

La privacy? Dice un dirigente dell'autorit garante: "Chiunque tra il 2001 e l'inizio del 2008 abbia usato la rete internet deve sapere che tre tra i maggiori fornitori di accesso del paese (Telecom Italia, Vodafone e H3g) tre compagnie di telecomunicazione, hanno registrato tutto il traffico da mobile di quegli anni. Non tutti lo facevano con la stessa profondit, e lo abbiamo specificato nei nostri provvedimenti del 17 gennaio 2008. Non nemmeno detto che lo abbiano fatto in modo continuo dal primo all'ultimo giorno. Per quella raccolta di dati avveniva e il pretesto era che bisognava tenersi pronti per rispondere alle richieste dell'autorit giudiziaria. Il punto che raccogliere i dati personali in quel modo e con quella rozzezza espone gli stessi investigatori ad errori e valutazioni sbagliate".

 

Insomma, cari utenti di internet di quegli anni, siete avvertiti: da qualche parte esisteva (e "dovrebbe" non esistere pi) un complesso sistema di grossi hard disk sui quali c'erano gli indirizzi (URL) di tutte le nostre pagine internet visitate. "Tutte, ma proprio tutte". Pi le password che immettevate per entrare nella vostra mail, i codici di accesso alla banca (se il sistema non era protetto) e anche s, la password di quel sito un po' scollacciato che ogni tanto allieta una vostra serata un po' uggiosa. Per non parlare di chat e messaggi posta. Tutto era "captivato" e tutto era leggibile.

 

Ora, dal gennaio del 2008 non lo pi (e s che resistenze da parte di magistratura e apparati di polizia, perch si continuasse con la rete a strascico, ce ne sono state). Non solo: in Italia stato anche adottato il sistema dello "Ip univoco" che rappresenta un passo avanti in materia - in Inghilterra, dopo gli attentati del 2005, successo qualcosa di simile e su scala pi ampia.

 

 

Domanda: ma quelle informazioni sono poi state davvero distrutte? Questo non lo sa nessuno, ma il funzionario dice che non ha motivo di ritenere che non lo siano state. E il problema della traccia e della completa tracciabilit elettronica delle nostre vite resta, ma non detto che sia irrisolvibile.

 

L'ingegner Cosimo Comella il dirigente dell'Autorit per la protezione dei dati personali che ha detto queste ed altre cose al seminario organizzato a Roma dal "Pasion", un progetto sulla protezione dei dati finanziato dall'Unione europea proprio nella sede dell'Autorit, con la presenza sia dell'attuale (Francesco Pizzetti) che del primo presidente (Stefano Rodot). Comella ragiona che il pubblico e i media si indignano o si allarmano per questioni anche superficiali: "Non mi spiego perch il nostro provvedimento del 2008 che mise fine a quella situazione fu sostanzialmente ignorato dai giornali". Ma qui si apre un capitolo assai grosso: la sensibilit di ognuno di noi al tema "protezione dei dati", non privacy, come prega di dire il presidente Pizzetti.

 

Perch siamo forse un paese rassegnato: non solo al traffico, all'evasione fiscale e all'esistenza della mafia. Ma anche all'idea che contro la violazione delle nostre vite non si pu fare niente. Risulta da un'indagine di opinione mostrata al workshop. Cos guardiamo con rassegnazione al fatto che le aziende, ormai in modo dichiarato, facciano indagini attraverso Google sulle persone che presentano una domanda di assunzione. Lo fanno, non un mistero. "E' ormai diventato quasi inutile avere un curriculum" dice il garante Pizzetti, "Quella solo la nostra versione della nostra vita, poi sar messa al vaglio di motori e social netwiork".

 

Noi italiani siamo rassegnati all'idea che internet sia intercettata e studiata in un modo che ci indignerebbe per qualsiasi altro mezzo. Eppure succede ben altro che l'intercettazione malandrina. E accettiamo in modo supino che la politica pensi e legiferi alla rete senza rendersi conto di cosa sta maneggiando. Pizzetti e Rodot si esprimono in modo diverso, ma le loro analisi portano esattamente a questo punto: che governi e parlamenti ricorrono a controlli e censure sempre pi approfonditi e indiscriminati perch di fatto non conoscono l'oggetto di cui parlano.

 

Si pu far qualcosa per impedire che un datore di lavoro ci studi su Google e scopra che dieci anni fa, dopo una festa di laurea, ci siamo fatti uno spinello? Non si pu fare molto. E se la misura - sostiene Rodot - solo l'autocensura, ne deriva un danno devastante della libert personale e di espressione. Perch se sappiamo di essere spiati cambiano anche i nostri pensieri".

 

Invece si pu fare molto perch la nostra posta non sia spiata, perch le nostre "pagine viste" non siano spiate da chi non deve, perch il nostro comportamento non diventi solo e soltanto il grano che viene macinato nei mulini del "marketing comportamentale" sul quale vengono investiti milioni di dollari ed euro ogni anno.

 

Si pu fare qualcosa e una delle risposte nel lavoro dei crittografi. La crittografia una branca della matematica coltivata da pochi, che viene chiamata in causa solo quando si parla di cose militari. Ma che potrebbe - l'argomento di Giuseppe Bianchi, ingegnere delle telecomunicazioni, docente all'universit Roma 2, che lavora in vari progetti Ue - trovare soluzioni concrete ed efficaci: possiamo avere uno "pseudonimo" registrato, che permetta di "mostrare al vigile la patente senza dire il proprio nome". Si pu pensare a messaggi di posta che dopo un certo periodo si autodistruggano scomparendo dalla disponibilit di spioni e ficcanaso. Si pu pensare a sistemi che controllino chi scarica abusivamente contenuti coperti da copyright senza frugare nell'attivit online della persona. Serve una politica avvertita e colta. E un'opinione pubblica che non dica: "Non c' niente da fare".

 

(NdR: ripreso da repubblica.it del 7 ottobre 2009)