Nel 1981 l'Ibm lanciava il primo personal computer. Era lento, caro e rudimentale: ma doveva cambiare il mondo Vent'anni tutti di corsa La byte generation festeggia il suo totem di Vittorio Zucconi Washington - Ogni mattina, da vent'anni, ci accendiamo e ci spegniamo l'uno con l'altro, condannati a lavorare e a esistere insieme, senza ancora capire chi di noi due sia il servo e chi il padrone. Sono passati due decenni esatti, che sono una vita di lavoro per gli adulti e un'esistenza intera per i figli della Computer Generation, da quando il genio di silicio uscì dallo scatolone marcato con i caratteri azzurri di Big Blue, della Ibm, e si appollaiò sulle nostre scrivanie da dove non volerà mai più via. Perché cambieranno certamente forma, circuiti, velocità, funzioni e budella mille volte, ma da quando il computer è diventato Pc, "personal", nel 1981, divorando macchine per scrivere scomparse con il secolo appena finito, il suo destino e il nostro si sono fusi inesorabilmente. Come tutte le civiltà sono scandite dai loro utensili, il fuoco, la pietra, di bronzo, il ferro, l'acciaio, il vapore, l'elettricità, la nostra è l'era del personal computer. E il destino delle nazioni sarà deciso dalla loro capacità di utilizzarlo. Non fu, in realtà, la Ibm ad aprire l'età del Pc, del personal computer, in quel 1981, venti anni or sono. Già negli anni 70, molte macchinette, spesso assemblate in un garage, avevano tentato di mettere alla portata di tutti l'arcano e la potenza della cibernetica. Ci avevano provato Commodore, Altair, Honeywell Bull, Sinclair, Victor, Xerox e soprattutto una piccola azienda di Cupertino, alle porte di San Francisco, la Apple destinata poi a diffondere in tutto il mondo la "metafora grafica", quella interfaccia a icone e clic e mouse che oggi, ripresa e sfruttata dalla Microsoft, domina il nostro rapporto con il cervello elettronico. Ma fu soltanto nel 1981, quando Ibm decise di abbandonare la propria arroganza di signora degli enormi computer centrali, detti "mainframe", e abbassarsi a produrre (Ndr: assemblare, con componenti di terze parti, realizzate fuori dai suoi laboratori) un microcomputer battezzandolo Personal, che il tempo della nuova era cominciò a battere. Fu come se un Dio distante e freddo fosse disceso dal suo cielo e si fosse incarnato, dentro il "pizza box", la scatola da pizza dicevamo allora, mettendosi alla portata degli esseri umani e non più soltanto di sacerdoti in camice bianco. Non fu, neppure per gli standard dell'epoca, un grande dono divino, quel primo Pc prodotto di malavoglia da "Big Blue", dalla Ibm. Costava uno sproposito, (Ndr: dopo il primo anno, con la disponibilità dei primi optional di base) in media 3 mila dollari, oltre 15 dei nostri milioni di oggi. Aveva un solo dischetto floppy sul quale scrivere e programmare 128 mila bytes, contro gli almeno due miliardi del più modesto Pc di oggi, una memoria di 16 mila caratteri, contro i 128 milioni minimi di oggi. Per farlo funzionare e dialogare con gli uomini, la Ibm troppo sussiegosa e miope per produrre un linguaggio proprio per quei gingilli da dilettanti, ne prese uno già fatto, il Disk Operating System (Dos) di una certa Ms, la Microsoft, lo MsDos. Vent'anni dopo, il proprietario di quella minuscola azienda, Bill Gates sarebbe divenuto, grazie alla scelta fatta da Ibm e al successo del Pc, il secondo uomo più ricco nel mondo. Quasi tradendo il proprio scetticismo, per fare pubblicità al suo Pc, Ibm scelse il personaggio di Charlot che un mimo imitava zampettando attorno alla nuova macchina, perplesso lui come perplessi erano i primi acquirenti. I vecchi Personal, chiusi dentro il "pizza box" e azionati da un processore di un'azienda fondata da un ebreo ungherese immigrato, la Intel, contenevano 29 mila transistor stampati sui circuiti integrati che oscillavano alla velocità di 4,7 megahertz al secondo e nessuno sapeva bene che farsene, se usarli per catagolare ricette di cucina, tenere contabilità familiari o giocare al rudimentale ping pong elettronico. E se queste cifre esoteriche dicono poco a noi umani, basterà confrontarle con le specifiche dei "personal" disponibili oggi, con i nuovi processori Intel Pentium 4 per capire la mostruosità del progresso. Il numero di transitor stampati sulla "chip" sul processore è cresciuto di 144 volte. I 29 mila transitors sono divenuti i quattro milioni e 170 mila transistor dell'ultimo Pentium 4 che frullano miliardi di calcoli al secondo alla velocità di 1.7 gigahertz, 360 volte più rapidi della vecchia scatola del 1981. Se un'automobile avesse seguito la stessa traiettoria di sviluppo, oggi una qualsiasi Panda del 1981 sarebbe in grado di andare in orbita e viaggiare oltre il sistema solare a 36 mila chilometri l'ora. A una frazione del costo di allora. Per i giovani di vent'anni, l'utensile che sta accoccolato sul tavolo della stanzetta o poggiato sulle ginocchia nella versione portatile, è qualcosa di familiare e banale come l'automobile per le loro madri o la radio per i nonni. Le immagini in tre Dimensioni di Doom 3 che esplodono sullo schermo, i calciatori di Fifa 2001 che si scalciano per una Coppa del Mondo, la violenza grafica di Karmageddon che scorrono davanti ai loro occhi, sembrano normali come una sequenza televisiva o un film, mentre dietro di loro ronza una potenza di calcolo che ai padri del primo Univac anni 40, il colosso di valvole e file grande come una palazzina, sarebbero apparsi inverosimili. Ma ormai, la potenza della macchina che nostra figlia usa per giocare è infinitamente superiore a quella che guidò le navicelle Apollo dalla Terra alla Luna e ritorno. Un agente del Kgb avrebbe pagato fortune e rischiato la sua vita, 20 anni or sono, per rubare un Personal Computer come quello che il nostro bambino usa per ricevere e trasmettere email dai suoi amici. Mai, nella storia dell'umanità, tanta potenza, tanta capacità di elaborazione di dati erano stata messa a disposizione di tanta gente, a così poco prezzo. E tanto in fretta. Perché la diffusione del potere cibernetico passasse dallo zero del 1981 al 60% della popolazione americana e al 30% di quella Europea sono stati necessari 20 anni, il tempo nel quale un neonato diviene un giovane. Dal primo telefono, installato alla Casa Bianca alla fine dell'Ottocento con il numero uno, per arrivare a una penetrazione del 60%, dovettero trascorrere 70 anni. E forse proprio questa mostruosa velocità di diffusione, spinta dalla folle accelerazione delle capacità di calcolo che costringe a un continuo e spesso artificioso aggiornamento dei programmi (un processore raddoppia la propria potenza ogni sei mesi, secondo una legge detta di Moore) ha creato il senso di vuoto e di vertigine che oggi ci prende quando, alla mattina, il Pc e io ci accendiamo a vicenda a ci guardiamo in faccia. Non è soltanto il timore sempre più sottile di che cosa accadrà "next", di quali potenze e facoltà di apprendimento possa essere presto dotato questo attrezzo quando avrà, come la stessa Ibm ci promette, moltiplicato ancora di 400 volte il proprio cervello e sarà in grado di imparare. E' anche il sottile imbarazzo di usare questo attrezzo prodigioso per giocare al calcio virtuale, per annientare mostri in 3D, per scrivere articoli come questo che in fondo la mia vecchia Olivetti Lettera 22 avrebbe scritto con altrettanta facilità. Per la prima volta nella storia, i tempi dell'invenzione e dell'utilizzazione si sono invertiti. Questo Pc ventenne che corre infinitamente più veloce della nostra capacità di usarlo è una lampada di Aladino che non sappiamo ancora sfruttare, una soluzione in attesa di un problema da risolvere, che non può essere soltanto un solitario più complesso o un film porno più nitido. Abbiamo sprigionato dalla lampada un Genio per tutti, ricchi e poveri, scienziati e asini, ma non sappiamo bene che cosa ordinargli. Lui cresce e aspetta paziente. Se non troveremo l'ordine giusto, sarà lui, il Genio a trovare qualche cosa da far fare a noi. (Ndr: ripreso da la Repubblica del 4 maggio 2001) |