Sono in molti a scommettere che le attività elettriche emesse dal nostro cervello saranno lo strumento di autenticazione del futuro.

Una ricerca scientifica del 2015 dell’Università di Binghamton, NY, aveva comprovato che la “materia grigia”, con un minimo di esercizio, impara a reagire in modo univoco a determinate parole creando un’identificazione accurata al 94%. Una soluzione ad alta sicurezza e che permette un’identificazione quasi continuativa: basta che il device ogni tot pronunci alcune parole che stimolano reazione per verificare che l’utente sia ancora quello legittimato. Ulteriore vantaggio: in caso di hackeraggio, il cervello potrebbe elaborare risposte su nuove frequenze (diversamente dall’impronta di un dito o lo scan della retina che una volta compromesse non in alcun modo sono ripetibili).

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Ma a fronte di enormi possibilità di sviluppo ed impiego non mancano i dubbi. In primis, sostengono alcuni esperti, il fatto che le onde celebrali potrebbero rivelare dati sensibili come stato di salute, stati di alterazione dovuti ad assunzione di sostanze, ed – ovviamente – intimi stati emozionali. Tutti dati che finirebbero in mano ai provider di servizi cui ci si dovesse loggare (ad es., sviluppatori di app o software) e che in tal sede, per giunta, potrebbero essere rubati da malintenzionati.

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Infine, c’è un problema di affidabilità. E’ probabile che in caso di profonda stanchezza o, più semplicemente, dopo qualche drink con gli amici il sistema di autenticazione non riconosca le tue risposte e non ti faccia accedere.

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