Era il 2012 quando una ragazzina tedesca di 15 anni si gettò sulle rotaie della metropolitana mentre il treno era in arrivo. I genitori non sono mai riusciti a darsi una spiegazione per quel gesto del tutto inatteso ed è nato in loro il bisogno di sapere se qualche accadimento nella sua giovane vita l’abbia indotta a porvi tragicamente fine. Una giovane vita che negli ultimi anni – comunemente a quanto fanno gran parte dei coetanei – dispiegava il suo lato relazionale anche tramite un’intensa attività su Facebook. Ed è nelle memorie del social network di Mark Zuckerberg che i genitori avrebbero disperatamente voluto cercare una risposta che desse un senso al dolore.

La figlia aveva, un anno prima di morire, condiviso con la madre le proprie credenziali di accesso a Facebook. Passato lo sgomento iniziale, i genitori presero il coraggio di eseguire il login alla piattaforma per affrontare un penoso viaggio a ritroso in quella che era la colorata vita digitale della figlia alla ricerca di qualche indizio. Ma, anziché riuscire ad accedere al profilo normale, si trovarono innanzi ad una sorta di pagina di commemorazione: le foto e i post che l’adolescente aveva reso pubblici erano ancora visibili, e a questi si aggiungevano i tributi lasciati dagli amici dopo la sua dipartita. Non erano più consultabili i contenuti privati, ossia quelli che più probabilmente avrebbero potuto rivelare tracce sul lato più intimo, emozionale e, quindi, vulnerabile della figlia. E magari qualche episodio di bullismo.

I genitori hanno dunque chiesto a Facebook di poter accedere alla full history del profilo, ma il colosso di Menlo Park ha risposto che, in ossequio alle procedure previste e ampiamente pubblicate, l’account in questione era stato “memorializzato” dopo che qualche conoscente aveva fornito prova della morte della giovane.

Inutili le insistenze di padre e madre, Facebook ha giustificato il suo diniego con il rispetto delle regole sul diritto all’oblio sottolineando che creare un’eccezione avrebbe messo a repentaglio l’intero sistema di gestione degli account dei defunti: un sistema progettato per permettere agli utenti di mantenere by default una privacy post mortem, salvo espressione anticipata di diversa volontà, nonché per difendere la segretezza delle comunicazioni dei terzi che con i defunti intestatari hanno interagito.

Sempre in ossequio alle norme a tutela della privacy, Facebook non ha nemmeno potuto rivelare l’identità del soggetto che ha segnalato la morte della ragazza avviando così il meccanismo di freezing del profilo.

I genitori, trovando ingiustificate le resistenze di Facebook, decidono allora di adire le vie legali per vedere riconosciuto il proprio diritto di accesso in qualità di eredi digitali. Il primo giudizio si chiude favorevolmente nel 2015 con la Corte regionale di Berlino che sottolinea come i post di un profilo social debbano ritenersi esattamente come le lettere e i diari della figlia, che sono beni incontestabilmente ereditabili dai genitori.

Ma Facebook ricorre contro la sentenza, ed eccoci ai giorni nostri. Mercoledì scorso la Corte d’appello di Berlino ha ribaltato il giudizio di primo grado asserendo che – nel bilanciamento con le regole di diritto successorio – deve ritenersi prevalente la normativa sulla segretezza delle comunicazioni. Una disciplina che nel 2009 la corte costituzionale tedesca ha esteso alle e-mail e che, in virtù di ciò, la corte d’appello ha ritenuto ora applicabile alle internet chat.

E’ probabile che la madre porti la vertenza in terzo grado. Facebook, dal canto suo, si è detta soddisfatta della sentenza ma ha tenuto a manifestare la propria vicinanza ai genitori promettendo che continuerà a cercare soluzioni, tecniche e giuridiche, per non opporre un muro davanti al dolore delle famiglie pur continuando a tutelare la privacy dei defunti e delle relazioni con terzi che questi hanno intrattenuto in vita.

Nel 2016 era assurta agli onori della cronaca internazionale, la triste storia di un padre italiano che voleva accedere all’iPhone del figlio defunto per rivivere, tramite gli ultimi messaggi e le ultime immagini scattate, gli scampoli finali della sua vita. Anche in quel caso, il genitore dovette fronteggiare un diniego all’accesso per ragioni di privacy, per quanto diversamente motivate.

Leggi qui la notizia originariamente riportata da The Guardian