Il CEO di Apple Tim Cook ha scritto di proprio pugno un articolo su TIME Magazine in cui interviene nuovamente su una questione che negli ultimi tempi pare esser preminente per colosso di Cupertino: l’adozione negli USA di una regolamentazione comprensiva a tutela della privacy online degli utenti sulla scia del modello europeo.

I toni sembrano ancor più decisi rispetto a quelli utilizzati in diversi interventi del 2018 sul medesimo tema (il più rappresentativo rimane il discorso a Bruxelles dell’ottobre scorso), al punto che pare ormai indubbio che la privacy sia divenuto un elemento fondante della communication strategy di Apple. E non è un caso se pochi giorni orsono al CES di Las Vegas (la più grande fiera della tecnologia per i consumatori), Apple – che come al solito non ha presenziato all’evento – si sia fatta notare per un enorme cartellone pubblicitario issato nei pressi del padiglione di Google in cui campeggiava il claim “What happens on your iPhone, stays on your iPhone” (parafrasi del motto legato all’ospitante capitale del divertimento “Quel che succede a Las Vegas, rimane a Las Vegas”).

Nell’articolo sul TIME, Tim Cook esordisce con un invito stentoreo. “E’ ora di alzarsi in piedi per il diritto alla privacy tuo, mio, di tutti noi. I consumatori non dovrebbero tollerare un altro anno di compagnie che ammassano quantitativi abnormi di profili online degli utenti, di data breach che sembrano fuori controllo, di scomparsa della capacità di padroneggiare le nostre vite digitali ”.

Per Cook il problema non è impossibile da risolvere né è tardi per farlo. L’innovazione può e deve andare a braccetto con la privacy degli utenti. Per questo il CEO di Apple chiede al Congresso americano di emanare quanto prima una normativa federale di carattere comprensivo, un pacchetto di riforme che protegga e rafforzi i diritti dei consumatori a livello nazionale introducendo 4 principi fondamentali:

  • Minimizzazione dei dati raccolti e tracciati
  • Diritto di essere informati su quali dati siano raccolti e perché
  • Diritti di accesso ed intervento sui propri dati
  • Diritto a che i dati siano tenuti in sicurezza

Questi principi – in qualche modo invalsi fin da metà anni ’90 nella UE e oggi fortemente riconsolidati nel GDPR – devono costituire per Cook il cuore della riforma quale fondamento indispensabile per conferire agli individui la possibilità di esercitare i loro diritti di privacy.

Ma il CEO di Apple si spinge oltre e, con tutto il peso politico della sua voce, lancia un’idea che “può far la differenza”. A suo avviso, per consentire alle persone di esercitare con efficacia i propri diritti è necessario conferire strumenti che permettano loro di agire in modo efficace, andando oltre lo spettro del visibile e rendendo raggiungibili i data broker che operano (e lucrano) indisturbati nell’ombra. Perché la sfida più grande per la protezione della privacy è individuare quelle violazioni che risultano invisibili.

Cook, per rendere con semplicità il concetto, fa un esempio quasi scolastico: quando compriamo online, quel che venditore non ci dice è che – terminata la transazione – lui “venderà o trasferirà i dati relativi al tuo acquisto ad un data broker, una società che esiste solamente per raccogliere le informazioni che ti riguardano, per poi impacchettarle e rivenderle ad altri acquirenti ”.  La traccia di tutto questo scompare prima ancora che l’utente si accorga di qualcosa e – ancor meno – che abbia potuto decidere qualcosa in merito: “proprio ora, tutti questi mercati secondari esistono in un’economia-ombra che è ampiamente incontrollata e fuori dall’angolo visuale di consumatori, regolamentatori e legislatori ”.

Per questo, Tim Cook propone che una legislazione federale completa in materia di data protection non dovrebbe limitarsi a conferire ai consumatori il controllo sui propri dati. Dovrebbe anche “far luce su tutti quegli attori che trafficano dietro le quinte coi i tuoi dati”. Alcune leggi statali stanno cercando di occuparsi della questione, ma in questo momento non ci sono soluzioni a livello federale che proteggano gli americani da queste pratiche. Per questo egli crede sia necessario che la Federal Trade Commission istituisca una “data-broker clearinghouse”, un organismo federale che imponga a tutti i data broker di emergere dall’ombra per registrarsi, per rendersi riconoscibili, per consentire ai consumatori di individuare e seguire le transazioni che hanno affastellato e rivenduto i loro dati da un acquirente all’altro e per dar loro il potere di richiedere la cancellazione dei i propri dati facilmente, gratuitamente, online, e una volta per tutte.

Il dibattito su una possibile riforma legislativa si presenta complesso perché molte saranno le proposte e gli ingenti interessi contrapposti. Ma per Cook non bisogna perder di vista l’interesse principale da perseguire: restituire agli individui il diritto alla privacy.

Il CEO di Apple conclude in maniera significativa il suo articolo facendo leva su un punto che molti giganti dell’economia digitale sembrano non aver ancora colto a pieno: “La tecnologia ha il potenziale per continuare a cambiare in meglio il nostro mondo, ma non riuscirà mai a realizzarlo senza la piena fiducia delle persone che ne fanno uso”.