Il 19 maggio 2017 è stato reso pubblico l’esito di uno studio condotto da Vanson Bourne e commissionato da Compuware Corporation che concretizza il follow-up di un analogo studio del 2016.

Ai risultati pubblicati si è arrivati attraverso 400 interviste effettuate presso companies con oltre 1000 dipendenti e situate in 6 differenti Paesi (Francia, Spagna, Inghilterra, Germania, Stati Uniti ed Italia), con la chiara evidenza di un progressivo aumento della consapevolezza in capo ai decision manager del rilievo del ruolo del nuovo regolamento europeo (GDPR) e della necessità di una piena compliance ad esso, ma con la conferma di un serio ritardo lungo la via dell’adeguamento delle realtà imprenditoriali nei Paesi intervistati.

A voler contenere le considerazioni entro i soli limiti dell’analisi dei risultati prodotti in Italia, salta agli occhi come, di fronte al 76% di intervistati che si dichiarano ben informati sull’esistenza e contenuti del GDPR, solo il 28% ha dichiarato di aver in atto un piano operativo per garantire la conformità.

Pare sintomatico anche il rilievo per cui gli operatori statunitensi chiamati ad applicare il GDPR solo per i trattamenti di dati coinvolti dalla normativa comunitaria (clienti europei, interessati al dato europei, trattamenti svolti in territorio comunitario, etc.) dichiarano di esser pronti a garantire la conformità entro il maggio 2018 nel 60% dei casi, con percentuale oltre che doppia rispetto alla realtà italiana.

Altro dato che pare assai significativo è che per il 64% degli intervistati in Italia il problema principale ad ostacolo del pieno e completo adeguamento è quello dei costi. Questo, a dimostrazione del fatto che si fatica ancora a maturare l’approccio culturale secondo cui la corretta gestione dei trattamenti di dati personali e dei processi che ne governano i flussi – infra ed extra aziendali – debba considerarsi valore aggiunto e vera e propria risorsa su cui investire.