Tra oggi e domani i giganti tecnologici Facebook, Google e Twitter saranno ascoltati sul Russiagate da tre differenti commissioni del Congresso americano: la sottocommissione giudiziaria del Senato, la commissione intelligence del Senato ed, infine, la commissione della Camera dei Rappresentanti. Le audizioni saranno pubbliche e trasmesse in diretta dai principali mezzi di comunicazione.

Non vedremo deporre i CEO (ad es., Mark Zuckerberg), a rappresentare i tre colossi della Silicon Valley saranno i legali interni. Costoro dovranno rendere spiegazioni sul ruolo che la Russia avrebbe svolto nei mesi scorsi strumentalizzando le rispettive piattaforme digitali per influenzare i convincimenti intimi e/o etici degli utenti, le loro opinioni politiche e, quindi, manipolare le elezioni americane.

Facebook lo aveva dichiarato il 6 settembre scorso tramite un comunicato del Chief Information Officer Alex Stamos: la Russia ha utilizzato il social network per influenzare con campagne pubblicitarie mirate le elezioni presidenziali USA del 2016. Dal gennaio 2015 a maggio 2017, 407 falsi account di FB ricollegabili ad un’agenzia russa vicina al Cremlino avrebbe svolto una ben congegnata attività di propaganda raggiungendo 126 milioni di americani (la metà dell’elettorato).

Stando a Facebook, la maggioranza delle inserzioni non alludevano esplicitamente a partiti o candidati, ma “lavoravano” per indurre precisi convincimenti su tematiche spesso decisive nelle campagne elettorali USA quali diversità sessuale, razza, immigrazione e porto d’armi. Tra i criteri di targetizzazione dei messaggi c’era anche quello relativo alla geolocalizzazione degli utenti.

Facebook ha già fornito informazioni e possibili elementi di prova (tra cui 3 mila inserzioni a pagamento sospette) al procuratore speciale Robert Mueller che conduce l’inchiesta sul Russiagate.

Google (leggi qui la notizia sul Washinton Post del 9 ottobre scorso), dal canto suo, aveva rivelato che sul proprio motore di ricerca, così come su YouTube e Gmail, erano stati riversati fiumi di denaro di provenienza russa per dar vita a campagne pubblicitarie targettizzate su temi “caldi” in campagna elettorale.

Twitter (leggi qui la notizia sul Washinton Post del 28 settembre scorso) aveva a sua volta sospeso 201 account che sembravano legati agli stessi operatori russi che avevano “inquinato” Facebook con profili falsi e messaggi atti dividere o smuovere consensi elettorali.

E’ un momento forse decisivo per capire cosa è davvero successo nella cyber-spy-story più incredibile degli ultimi decenni. Il capo della campagna elettorale di Trump si è appena costituito all’FBI (leggi qui la notizia da Repubblica). Nelle prossime ore comprenderemo meglio se e quanto il Cremlino ha utilizzato le principali piattaforme digitali per provare a influenzare il destino politico del suo nemico storico.