L’FBI e l’autorità per i controlli doganali e l’immigrazione (Immigration and Customs Enforcement – ICE) accedono alle foto contenute nei database statali delle patenti di guida consentendo agli investigatori federali di fruire, senza che i cittadini ne siano al corrente, di una vera miniera d’oro per il riconoscimento facciale di ricercati o sospetti.

La rivelazione giunge dal Washington Post che ha potuto visionare documenti ottenuti dai ricercatori del Georgetown Law’s Center on Privacy and Technology. Si tratterebbe di una infrastruttura di sorveglianza senza precedenti in un Paese pienamente democratico e dichiaratamente fondato sulla sacralità delle libertà individuali.

Le forze dell’ordine americane dispongono da tempo di diversi database elettronici utili ad individuare persone sospette tramite matching identificativi: repertori di foto segnaletiche, archivi di impronte digitali, banche dati contenenti scansioni del DNA o altri dati biometrici univoci. In questi casi, trattasi di informazioni biometriche relative a persone in qualche modo già schedate. Secondo quanto ora rivelato, invece, il sistema che attinge alle driving licence permette un confronto potenzialmente massivo con caratteristiche fisiche di centinaia di milioni di persone che non hanno alcun precedente con la giustizia.

La questione desta scalpore principalmente per due motivi che appaiono parimenti inquietanti:

  • i cittadini sono del tutto ignari dell’esistenza di questa forma pervasiva di controllo;
  • né il Congresso né i legislatori degli Stati federali hanno autorizzato e, tantomeno, regolamentato un simile sistema.

Secondo quanto emerso, la ICE sta utilizzando i database della motorizzazione civile per riconoscere gli immigrati privi di documenti (i quali, sebbene non cittadini USA, sono legalmente autorizzati a ottenere la patente di guida in alcuni Stati come Vermont, Utah e Washington). E l’FBI effettuerebbe oltre 4.000 ricerche al mese per individuare persone sospettate di reati minori. Secondo un report del Government Accountability Office divulgato lo scorso giugno, l’FBI avrebbe eseguito dal 2011 qualcosa come 390.000 ricerche in database federali, di cui molte riguardanti quelli detenuti dai vari Department of Motor Vehicles.

Dalla Commissione di Sorveglianza della House of Representatives sono piovute le prime critiche bipartisan. “L’accesso delle forze dell’ordine ai database statali, e in particolare ai database della motorizzazione civile, viene spesso fatto nell’ombra e senza consenso“, ha osservato il democratico Cummings. L’esponente repubblicano Jim Jordan si è detto particolarmente irritato dall’uso delle foto delle patenti per investigazioni federali con riconoscimento facciale senza che vi sia stata alcuna approvazione legislativa e sottolinea come nessun guidatore – in sede di rilascio o rinnovo della patente –  sia stato informato e abbia potuto manifestare un “Oh, a me va bene che trasferiate le mie informazioni, la mia foto, fino all’FBI“.

Il tema dell’utilizzo massivo ed intensivo (e talora preventivo) dei sistemi di riconoscimento facciale per finalità di pubblica sicurezza è ormai all’ordine del giorno. Negli ultimi anni c’è stata una crescente evidenza che la tecnologia di riconoscimento facciale può fornire “falsi positivi” che se riportati ad un utilizzo su larga scala possono creare gravi ingiustizie. Spesso questi sistemi vengono definititi affidabili al 99%; ma quando si parla di detenzione illegittima, anche l’1% di errore è un’enormità. E, purtroppo, pare che il margine di errore sia ben superiore.

Facciamo un esempio. Amazon Rekognition è un sistema già testato nel 2018 proprio dall’FBI e dall’ICE (nonché utilizzato in progetti pilota in alcune città di Florida e Oregon). Giusto un anno fa, l’American Civil Liberties Union (ACLU) ha messo alla prova Rekognition impiegandolo – provocatoriamente – in osservazioni sui membri del Congresso. I risultati furono scoraggianti:

  • 28 tra senatori e deputati furono identificati come criminali già schedati;
  • il 40% dei membri erano classificati come persone di colore benché solo il 20% di esse lo siano.

Un dato – quest’ultimo – nient’affatto casuale: nello stato dell’arte del riconoscimento facciale, il livello di accuratezza si fa ancor più carente allorché si tratta di minoranze razziali. Una questione non da poco, specie se riferita al melting pot che caratterizza gli Stati Uniti con riconnesse tensioni sociali sempre pronte a destarsi. E’ ben noto agli esperti del settore che gli algoritmi al servizio della facial recognition faticano maggiormente ad effettuare distinzioni davanti a taluni connotati etnici. E non sono mancati risultati paradossali: nel 2015 Google dovette pubblicamente scusarsi quando si scoprì che la sua app per il riconoscimento delle immagini (lanciata come strumento evoluto e quasi infallibile) classificava gli afroamericani come “gorilla”. Al netto di simili assurdità, il problema è rilevante e denota criticità legato non solo all’elemento razziale ma anche a quello di genere. Nel febbraio 2018, uno studio condotto da una ricercatrice del MIT Media Lab di Boston rivelava gli esisti di test sulle soluzioni di riconoscimento facciale commercializzate da Microsoft, da IBM e dalla cinese Megvii: il tasso di errore in relazione alle donne dalla pelle scura risultava per Microsoft del 21%, mentre IBM e Megvii erano più vicini al 35%. Viceversa, per tutti tre i prodotti le mistificazioni erano “solo” intorno all’1% riguardo i maschi con la pelle chiara.

Lo scorso giugno, la municipalità di San Francisco ha vietato l’utilizzo della tecnologia per il riconoscimento facciale da parte delle forze dell’ordine cittadine (con eccezione di porti ed aeroporti). Il City Supervisor – spiegando il motivo della messa al bando – sottolineava come questi sistemi non solo rappresentano una minaccia per la privacy ma potrebbero essere utilizzati anche per perseguire in modo dicriminatorio alcune minoranze: “La propensione della tecnologia per il riconoscimento facciale a comprimere i diritti e le libertà civili supera i benefici ad essa legati. Verrebbero esacerbate le ingiustizie sociali e verrebbe minato il diritto a vivere liberi dalla costante supervisione governativa”.

In Australia, l’esecutivo centrale ha chiesto nel 2017 agli Stati della federazione di concedere all’esecutivo centrale l’accesso al database delle patenti di modo che i volti dei driver siano mappati e riversati in un sistema di riconoscimento facciale (che si alimenterà anche di foto da passaporti e visa già in possesso del governo) da interfacciare con i sistemi di pubblica videosorveglianza dei territori down under. Nel 2018 lo Identity-Matching Services Bill 2018 (IMSB) dava quindi il via alla implementazione di un enorme motore di ricerca governativo alimentato da banche dati federali e statali che – secondo le associazioni a difesa dei diritti civili – potrebbe essere utilizzato non solo per scopi di law enforcement. Il monitoraggio in tempo reale potrebbe essere condotto su basi generiche come la tutela della “sicurezza della comunità” la cui nebulosità mina la certezza del diritto in tema di libertà individuali. Tutto ciò, senza considerare cosa succederebbe se un hacker violasse il sistema e prelevasse milioni di identità e volti per farne direttamente un uso fraudolento e, più semplicemente, per rivenderli nel deep web.